L’ITALIA SI FERMA. E NESSUNO VA IN GALERA

30 Novembre 2007, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Fantastico: Veltroni fa il martire, coi tassisti a bloccare Roma contro l’ennesima liberalizzazione a singhiozzo. Nel frattempo, oggi l’Italia tutta si ferma, ma nessuno ci trova niente di strano. Ma che Paese è questo, che accetta come naturale e giusto che treni e aerei, metrò e traghetti, bus e tram per un giorno intero restino fermi, devastando vita e interessi di milioni di cittadini, lavoratori e imprese? Semplice. E’ un Paese illiberale. Dal 1889 lo sciopero da noi non è reato. Ma l’articolo 40 della Costituzione, che demanda alla legge le forme del diritto di sciopero, si è tradotto in una legge, la 146/90, che non tutela i cittadini, ma le modalità di decisione delle agitazioni. Viva gli Usa, dove il blocco di oggi sarebbe proibito.

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La legge 146 nel giugno 1990 ha regolamentato lo sciopero nell’ambito dei servizi pubblici essenziali, ma si è limitata in buona sostanza a ricalcare il codice di autoregolamentazione che i sindacati si erano dati nel 1980 e 1984, imponendo l’obbligo di un preavviso non inferiore ai dieci giorni, l’indicazione della durata e l’impegno delle categorie in sciopero a garantire le cosiddette prestazioni indispensabili, contemplando altresì la precettazione da parte del governo. Naturalmente, la Commissione di garanzia demandata a sorvegliare che davvero gli scioperi nei trasporti non siano paralisi ingiustificate del Paese, di poteri ne ha limitatissimi. E in ogni caso le “prestazioni indispensabili” non significano affatto evitare per definizione blocchi totali.

Evitare gli scioperi a scacchiera ma consentire quelli a singhiozzo e in contemporanea di tutto il trasporto pubblico, è la negazione in radice di ogni elementare tutela del minimo di funzionalità che andrebbe e va garantito a tutti, cittadini e utenti. Quando, nel 1935, il governo federale americano fece approvare in Congresso il National Labor Relations Act (NLRA), che disciplinava l’intero comparto delle relazioni industriali e riconosceva il diritto di sciopero, nel giro di pochi anni clausole unilaterali antisciopero vennero adottate nella quasi generalità degli statuti sindacali, con l’eccezione di piccole sigle più combattive le clausole derivavano dall’esperienza: era più facile, così, strappare aumenti consistenti, allo scadere del contratto. Poi, nel 1947, dopo l’ondata di scioperi durissimi per il rallentamento produttivo al termine del secondo conflitto, il Congresso approvò il Taft-Hartley Act: con il quale vennero proibite una lunga lista di pratiche ritenute illegittime da parte sindacale. I picchetti di massa, l’occupazione del posto di lavoro, i boicottaggi di sostegno, gli scioperi di solidarietà. E, naturalmente, gli scioperi generali. Tutti definiti illegali.

In base alla legge, i sindacati possono essere perseguiti, diffidati e citati in giudizio per ciascuna di queste attività. Nonché per le responsabilità e danni verso terzi, determinatesi in caso di proteste illegittime. Quanto ai dipendenti pubblici, negli Stati Uniti è loro seccamente vietato scioperare. I dipendenti del governo federale ne sono inibiti sin dalla Taft-Hartley. Quelli delle amministrazioni di Stato, nella stragrande maggioranza dei casi ne sono impediti da norme emanate a livello di ciascun singolo Stato dell’Unione. Nello Stato di New York la legge Taylor proclama illegale lo sciopero dei pubblici dipendenti. A ogni lavoratore che sciopera, si commina una multa pari a due giorni di paga per ogni giorno di astensione.

Quando, nel 1999 e nel 2002, il sindaco Giuliani ottenne un’ingiunzione che rese illegale, per i lavoratori dei trasporti, persino pronunciare il termine “sciopero”, si giunse legittimamente a profilare ai sindacati che volevano scioperare l’ipotesi di multe da un milione di dollari per il primo giorno di sciopero, e di altrettanto per ogni ulteriore giorno di astensione. I singoli lavoratori, avrebbero rischiato multe individuali pari a 25 mila dollari per il primo giorno di sciopero destinate a crescere, con 50 mila per il secondo, 100 mila per il terzo, e così via. Non ci fu nessuno sciopero. I consensi al sindaco schizzarono al cielo. Se oggi è tra i candidati per la nomination alla casa Bianca, Rudy Giuliani lo deve proprio a decisioni belle toste come quelle. Sento già le obiezioni. Si dirà che noi qui non siamo in America, terra di capitalismo sfrenato. Ma in Europa, la patria dell’economia sociale, dove è il regime pattizio dell’accordo coi sindacati, la regola permanente a informare il diritto del lavoro. E che, a giudizio di molti, rappresenta anzi la maggior cifra di civiltà, rispetto al modello anglosassone.

Ma è superiore civiltà per davvero, quella che oggi ci fa inginocchiare tutti alle decisioni di una minoranza? Che civiltà è, quella che non ha neanche fissato per legge i requisiti di rappresentatività dei sindacati, e non li obbliga neppure a referendum preventivi veri e verificabili, prima di scioperi generali come quello odierno? E’ inciviltà, quella in cui noi siamo schiavi e loro padroni, e a pagare stipendi e scioperi siamo noi bestie rassegnate.

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