L’ ITALIA DECLASSATA, E’ IL MALATO D’ EUROPA

8 Luglio 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Giulio Tremonti è troppo patriota per gioirne, ma certo deve essere stata forte la tentazione di mandare via fax a Gianfranco Fini il comunicato di Standard & Poor’s, che tra i motivi del downgrading del debito a lungo termine italiano cita le dimissioni forzate del superministro. Antonio Fazio, è anche lui troppo patriota per gioirne, ma non c’è dubbio che Moritz Kraemer, l’analista di S&P che ha bocciato l’Italia sembra uscito dalla sua nidiata di economisti. Non solo ha letto i libroni zeppi di cifre della Banca d’Italia, ma parla proprio come un Fazio boy. Perché il debito a lungo termine è stato declassato da AA ad AA-?

Perché il governo italiano non ha fatto nel 2004 e non farà nel 2005 nulla che incida in modo permanente sulla spesa pubblica corrente che alimenta il debito. La differenza tra entrate e uscite dello stato senza calcolare gli interessi sul debito è ancora in surplus, ma l’avanzo primario è sceso dal 5 al 2% in tre anni. Proprio quello che il governatore ha detto in Bankitalia il 31 maggio. Oggi Fazio parlerà all’assemblea dell’Abi e tutti penderanno dalle sue labbra (compresi gli operatori sui titoli).

Dunque, i mercati sono stati più duri dell’Ecofin. E hanno giudicato l’Italia, primo paese della zona euro a subire un downgrading, il vero malato d’Europa. Hanno dato credito a Tremonti perché era un buon venditore del debito italiano, anche se gli tiravano gli orecchi ogni volta che esagerava con le misure una tantum (che nel 2006 finiranno del tutto). Uscito il superministro, non sanno più che cosa accade. S&P mostra di dare più retta al Financial Times il quale proprio l’altro ieri aveva invitato i mercati a punire Berlusconi penalizzando i titoli pubblici italiani. E non si fida nemmeno del subgoverno.

Anzi, esplicitamente scrive che «il disaccordo all’interno della coalizione in materia di tagli alla spesa solleva già da ora preoccupazioni sulla capacità del governo di assicurare una copertura sufficiente alla riforma fiscale», la quale equivale (in base ai conti dell’agenzia di rating) allo 0,9% del pil 2005, cioè oltre 13 miliardi di euro.

Moody’s e Fitch, le altre due agenzie di rating, non si sono ancora espresse. Preferiscono aspettare la finanziaria. Ma i loro analisti non la pensano in modo molto diverso da Kraemer. La politica italiana ha avuto una lezione. Più che le beghe interne, conta il mercato globale al quale abbiamo legato il nostro destino collocando all’estero la metà del debito pubblico. La globalizzazione limita la nostra sovranità più dell’euro (e questo vale per gli euroscettici) senza il quale a quest’ora saremmo in pezzo di Argentina nel cuore dell’Europa (fu S&P, del resto, a provocare il default dei bond argentini).

Le conseguenze del downgrading non sono stimabili, certo è che vengono declassate anche regioni (Emilia Romagna, Friuli, Lombardia, Toscana), grandi città (Milano, Bologna, Firenze, Venezia, Brescia), aziende pubbliche come le Poste, la Cassa depositi e prestiti. Si salvano solo Eni, Enel e Generali. Per tutti gli altri debitori sarà più difficile collocare i bond se non alzano i loro rendimenti.

Per far risalire il rating, il governo deve trovare un ministro del Tesoro autorevole che parli bene l’inglese e conosca come funziona il mercato. E, nello stesso tempo, deve rivedere la sua manovra. Non si tratta di pochi ritocchi, qui c’è da cambiare filosofia. Il 2005 dovrà essere l’anno del rigore. Questo complica il rilancio dello sviluppo e, probabilmente, spinge a rinviare ancora di un anno il taglio delle aliquote Irpef. A meno che non spuntino fuori i 13 e rotti miliardi. Tremonti pensava di averli trovati. I nemici interni hanno tagliato la testa al tesoriere. I nemici esterni hanno messo una spada sulla testa del principe.

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