L’INFLAZIONE: UNA INUTILE SCORCIATOIA

12 Gennaio 2010, di Redazione Wall Street Italia
Leon Zingales e’ collaboratore di WSI. PhD in Fisica, Dipartimento di Matematica, Università di Messina, gestisce anche il bel blog IlCignoNero e che ringraziamo. Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Inflazione elevata e deflazione sono due facce della medesima medaglia e si sono sempre alternate come la notte segue il giorno. Attualmente sono un sostenitore della tesi deflazionista (o comunque inflazione molto basssa), ma non è impossibile che nel giro di qualche mese (non vedo però nessun particolare segnale rivelatore) possa scatenarsi un’elevata inflazione. Ciò potrebbe accadere qualora l’immensa quantità di liquidità conseguenza del Quantitative Easing venisse utilizzata per inondare l’economia reale, anziché, come fatto finora, neutralizzare gli asset tossici del morente sistema finanziario (si veda per maggiore approfondimento un articolo da me pubblicato http://economiaincrisi.blogspot.com/2009/12/nuovo-contributo-su-wallstreetitalia.html).

Pur non vedendo alcun preavviso della possibile ondata d’inflazione desidero commentare la frase di Siniscalco (il quale ha ovviamente maggiori informazioni rispetto a me e probabilmente vede i prodromi dei segnali premonitori) riferita nel post precedente: “l’ondata di inflazione è sempre una soluzione..sottotraccia è la soluzione a cui molti pensano”. In altre parole Siniscalco afferma (anche se indirettamente) che il rimedio meno drammatico per ridurre il peso dei debiti degli Stati sarebbe un’elevata inflazione. In realtà pensare di ridurre il fardello dei debiti sovrani attraverso un’elevata inflazione è pura follia di economisti neo-classici indottrinati da sommi maestri dogmaticamente legati a teorie continuamente falsificate dall’esperienza.

Ovviamente, considerando il punto di vista di un privato cittadino dipendente che abbia un debito a tasso fisso, l’inflazione riduce il debito considerando che il salario cresce, più o meno (in verità più meno che più), con un tasso comparabile all’inflazione (insomma l’inflazione consente di aumentare la velocità con cui scorre il tempo). Viceversa, la deflazione determina un rallentamento della scala temporale avvantaggiando il creditore ed aumentando il peso del debito.

Ma ciò che funziona per debiti a tasso fisso del privato cittadino non può funzionare per i debiti degli Stati per un duplice motivo: la differente duration dei titoli di Stato e l’enorme mole di debito estero con conseguente dipendenza dal rapporto valutario. La duration dei titoli emessi in qualche modo è comparabile con un debito a tasso variabile strettamente connesso al valore dell’inflazione: di conseguenza (è una semplificazione di cui mi perdonerete) aumentando l’inflazione aumenta il valore del debito.

L’enorme dipendenza da investitori esteri deve inoltre tenere conto che ogni valuta funge da sistema di riferimento temporale diverso e quindi, onde continuare a garantire l’appetibilità dei titoli, bisogna prestare attenzione ai rapporti di cambio valutario. Di conseguenza, rispetto ai debiti esteri, ogni accelerazione temporale viene vanificata allorché la valuta interna perde repentinamente di valore.

Ecco un apparente paradosso: anche in presenza di un’iperinflazione i debiti sovrani fortemente esposti verso investitori esteri aumentano come se fossimo in deflazione. Tale paradosso è inspiegabile nell’ambito della visione neo-classica, ma è invece comprensibile considerando il confronto tra le diverse scale temporali (legate alle corrispondenti inflazioni) di sistemi di riferimento differenti (Stati) in moto relativo tra di loro (con velocità associata al rapporto di cambio valutario).

In altre parole l’elevata inflazione (o peggio l’iperinflazione), non solo funge da innaturale elemento acceleratore comparabile ad una vera e propria metastasi per i processi economici distruggendo il risparmio, ma paradossalmente non aiuta a diminuire i debiti sovrani spingendoli verso un triste default.