L’ EUROPA ALLA DERIVA RISCHIA L’ EMARGINAZIONE

5 Aprile 2004, di Redazione Wall Street Italia

Seduti come vecchi orsi un po’ stanchi, ce ne stiamo sul nostro iceberg alla deriva, guardiamo il resto del mondo che si muove e noi riusciamo a capire perché il nostro Continente va così piano e così spesso si trova fuori rotta. L’immagine può sembrare eccessiva, ma è una descrizione abbastanza fedele dell’Europa di questo periodo. Nonostante una crisi evidente, la scorsa settimana la Banca centrale europea si è rifiutata non dico di abbassare il costo del denaro di un punto percentuale, ma persino di mezzo punto, di un quarto di punto… Niente, tutto va bene così.

In alti tempi uno forse si sarebbe anche arrabbiato e avrebbe mostrato il proprio sdegno per questa ottusità e sordità. Ma, oggi, non vale più la pena. Infatti, la Bce si comporta esattamente come il resto del Continente: siamo alla deriva, ma poichè sembra che non ci sia niente da fare, allora cerchiamo almeno di affondare con stile. Insomma, senza agitarci troppo, come quei gentiluomini di campagna dell’Ottocento che hanno considerato fino alla fine le ciminiere del nuovo ceto emergente come delle semplici brutture.

Stephen Roach, che è il capo economista di Morgan Stanley e un feroce critico della politica economica di Bush, è un uomo che viaggia molto. Di recente ha fatto lunghi giri in Asia, per studiare e capire quell’area del mondo. Ma ne ha fatto uno, qualche settimana fa, anche in Europa. E ne ha riportato un’impressione pessima: “Non ho mai visto l’Europa in così cattive condizioni”, ha scritto nel suo diario di questo viaggio. E, ancora: “L’Europa sta rimanendo indietro, in un mondo che sta invece cambiando molto velocemente, e le speranze di raggiungere chi le sta davanti si stanno altrettanto rapidamente affievolendo”.

Per dare un’idea delle perdita di velocità del Vecchio Continente, del suo distaccarsi progressivamente dal resto del convoglio, Roach cita pochi dati risalenti alla metà del 2003. In quel periodo l’America stava crescendo alla velocità 6 per cento, il Giappone andava avanti a colpi di crescita al 4,5 per cento (venendo da una crisi decennale), la Cina avanzava al ritmo del 9,5 per cento. I numeri, oggi, all’inizio del 2004, sono grosso modo gli stessi. E l’Europa? Arrancava sul filo dell’1,5 per cento di crescita, cosa che si ripeterà anche nel 2004. Insomma, un Continente stanco, fiacco, forse anche scoraggiato.

“L’angoscia dell’Europa giunge come una sorpresa. Appare radicata nella politica, nell’economia e nei sentimenti in generale”. E aggiunge, ancora: “Il sogno dell’unione europea si sta ora trasformando in un incubo”.
Un ottimista poterebbe contestare Roach, e spiegarli che è inutile fare tutte questo allarmismo solo perché l’Europa, questa volta, non è riuscita a agganciare la ripresa economica internazionale. Ma Roach è determinato (lo è anche quando critica l’economia americana): “Qualcosa di ben più serio sta andando storto in Europa, e gli europei lo sanno”.

Insomma, questa potrebbe essere una crisi di quelle che una volta si chiamavano epocali. L’Europa sta arretrando e sta diventando decisamente un’area marginale. Se conta ancora qualcosa è perché, grazie alla gloria passata, conta ancora almeno 400 milioni di consumatori tutti piuttosto benestanti, e quindi è un mercato interessante. Vecchi orsi che mangiano spesso, ecco quello che siamo, per la gioia delle multinazionali di tutto il mondo.
Che le cose stiano così è chiaro a tutti e, del resto, basta vedere le cifre sulla crescita. L’Europa dovrebbe crescere ben più dell’1,5 per cento anche senza boom internazionale (ha i suoi famosi 400 milioni di consumatori benestanti…). Invece, va male persino in presenza di un forte boom nel resto del mondo.

Come mai accade tutto questo? Certamente perché dispone di una politica-politica tutta spezzettata e suddivisa, che non riesce a produrre decisioni con la velocità necessaria. Probabilmente queste stesse élite politiche non sono di tipo molto moderno e molto avanzato. E’ certamente un po’ vittima del proprio welfare state, che è arretrato e che non si riesce a cambiare con la necessaria velocità. Infine, è vittima del fatto che non riesce a smantellare vecchi meccanismi anti-mercato. Basti pensare all’agricoltura e a tutti i sistemi di comunicazione (dalle autostrade alle ferrovie, dai telefoni al resto).

E, per chiudere, non ha importanti e decisive strutture di ricerca. Se si leggono i libri stampati in Europa (anche da europei) è evidente che qui, sul nostro iceberg alla deriva, si sa benissimo come è fatto il mondo. Ma poi nessuno riesce a cambiare le cose.

E così, stretti fra la grande potenza americana e il dinamismo dell’Asia, facciamo la figura di vecchietti con il bastone. Gli americani hanno tutto (un esercito potentissimo, il dollaro, centri di ricerca enormi, e quindi tutta la tecnologia che conta). Gli asiatici hanno una voglia di vivere che fa impressione e che gli fa costruire un aeroporto intercontinentale in sei mesi o che gli fa delimitare (accade in India) un’area di seicento chilometri quadrati per costruirvi un centro di ricerca bio-tech. Qui invece in quindici anni non si è riusciti a fare un semplice raddoppio autostradale.

Ha ragione Roach: “Qualcosa di ben più serio sta andando storto in Europa”, che non il mancato aggancio al boom internazionale.

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