L’ EURO FORTE
PIACE SOLO
ALLA GERMANIA

3 Maggio 2007, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) –
Come in tutti i periodi di grande turbolenza, ogni giorno sulla economia mondiale e su quelle che la compongono le notizie si accavallano alle notizie. Molte di esse vanno nella stessa direzione, ma parecchie sono tra loro contraddittorie, rendendo particolarmente difficile una ragionevole attività di previsione dei movimenti futuri del ciclo mondiale.

Ci sono casi facili, come quello della Cina. Con le Olimpiadi programmate per l’anno prossimo, quindi con le attività di costruzione da esse motivate in pieno svolgimento, è del tutto improbabile che le autorità cinesi si possano veramente permettere di prendere misure che rischino di far rallentare seriamente la corsa dell’economia che governano. Sebbene le esportazioni cinesi vengano subito dopo quelle tedesche ai primi posti nella classifica mondiale (i giapponesi sono stati spinti al terzo posto dalla inarrestabile corsa cinese) la domanda interna è ancora quel che determina il cammino economico della Cina.

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In particolare, come si sa, sono gli investimenti fissi a mostrare tassi di crescita di inverosimile dimensione, ma senza di essi la corsa dell’economia cinese rallenta seriamente. Poiché gli investimenti, specialmente in Cina, sono finanziati coi prestiti bancari, l’autorità monetaria cinese potrebbe, frenando il credito, far rallentare la corsa dell’intera economia. Ma, come s’è appena detto, metterebbe a rischio la perfetta riuscita delle Olimpiadi, alla quale la dirigenza cinese tiene moltissimo, per motivi di prestigio sia interno che internazionale.

Quindi, escludendo gli imprevisti, la corsa della Cina continuerà ai ritmi furiosi mostrati negli ultimi tempi. Se ne riparlerà dopo la fine delle Olimpiadi. Anche l’altro gigante asiatico, l’India, sembra voler continuare a vivere pericolosamente, avendo da poco imparato a farlo. L’esempio cinese sembra aver contagiato seriamente i governanti e gli imprenditori indiani, e i rischi di una esplosione inflazionistica, presenti in India assai più che in Cina, le autorità indiane hanno appena dichiarato di essere disposte a correrli, pur di seguire i rivali oltre l’Himalaya nella loro folle corsa allo sviluppo.

In entrambi i paesi, sebbene uno si regga con un peculiare totalitarismo e l’altro con una altrettanto peculiare democrazia, le classi dirigenti hanno scommesso tutto sullo sviluppo all’interno di una globalizzazione intesa in maniera profondamente mercantilistica e non possono diminuire il ritmo impresso alle loro economie senza giocarsi la propria permanenza ai posti di comando, sia essa assicurata da elezioni o da complessi movimenti all’interno delle fazioni del partito comunista cinese.

Se cerchiamo invece di prevedere la crescita del PIL in tre importanti paesi, come gli Stati Uniti, la Germania e il Giappone, le cose si fanno assai più complesse. Nel 2007 sembra cresceranno tutti e tre attorno al 2%. Ma in Germania si prevede una crescita dei prezzi dell’1.50%, negli Stati Uniti di più del 2%, mentre i Giappone i prezzi resteranno fermi o addirittura scenderanno di qualche decimo di punto. Queste previsioni diverse sui prezzi rendono assai diverso il probabile andamento delle politiche monetarie nei tre paesi.

Negli USA un 2% di crescita rappresenta una discesa da un livello parecchio più elevato, in Germania esso è invece un ambito traguardo raggiunto dopo anni di stasi. Il Giappone conferma una ripresa recente, ma viene dopo anni di stagnazione e per questo non sembra ancora in grado di dare una decisa spinta all’insù ai prezzi, che registrarono addirittura parecchi anni di diminuzione. In aggiunta, negli Stati Uniti sono sempre i consumi interni a dare dinamismo al PIL, sebbene da molti anni riescano a farlo solo mediante una estrazione di valore, mediante accensione di debiti, dai patrimoni accumulati dai singoli, in particolare dagli immobili.

Il settore industriale americano se la passa parecchio peggio di quanto mostri l’economia nel suo complesso, e ormai le esportazioni di merci sono arrivate a rappresentare stabilmente a malapena la metà del valore delle importazioni pure di merci. Germania e Giappone sono ancora le principali potenze industriali del mondo, e quindi il dinamismo delle loro economie è dato dalla produzione industriale e dalle esportazioni.

Coi prezzi ancora stabilmente calmi, tuttavia, in Giappone la dinamica dei salari non preoccupa, mentre le autorità tedesche temono fortemente che il fenomenale dinamismo delle esportazioni di beni di investimento tedeschi inneschi una corsa dei salari. Ecco quindi tracciata la rotta diversa della politica monetaria nei tre paesi: la Banca centrale europea, che ha sostituito la Bundesbank come regista della politica monetaria per tutta l’Europa ma anche per la Germania, ha già dichiarato che gli aumenti salariali eccessivi minacciano la stabilità.

Era la dichiarazione rituale che spettava alla Bundesbank, quando era lei a dirigere il concerto di politica economica tedesco e la BCE, che l’ha rimpiazzata nel ruolo, fa di tutto per non scontentare i suoi più autorevoli azionisti. E’ dato perciò per scontato che i tassi della BCE aumenteranno di un quarto di punto a giugno e forse addirittura di un altro quarto in autunno. Siamo agli ultimi giorni utili perché padronato e sindacati metalmeccanici si mettano d’accordo per evitare uno sciopero in Germania (l’ultimo, lo scorso anno, durò quattro settimane).

Il padronato tedesco, come tutti i padronati, non è disposto a cedere, avendo offerto il 2.5% di aumento, alla richiesta del 6.5% avanzata dai sindacati. Ma, come tutti i padronati, non è nemmeno disposto a fare una battaglia all’ultimo sangue in un periodo in cui i beni di investimenti tedeschi vanno a ruba sui mercati mondiali dove tedeschi e giapponesi sono ormai gli unici fornitori di macchine veramente complesse.

Per questo non hanno ancora dato segni di temere l’Euro in continuo rialzo sullo Yen (la rivalutazione della moneta era un altro metodo della vecchia BUBA in occasione di rinnovi contrattuali). E per questo credo che, dopo un inchino alle necessarie ipocrisie, essi concederanno ai sindacati dell’IG Metall un aumento generoso, anche perché le notizie che la stampa tedesca riporta quotidianamente, di enormi profitti delle imprese maggiori e di altrettanto grandi compensi ottenuti dai manager, insieme a quelle di alcuni eclatanti scandali industriali, stanno irritando profondamente l’opinione pubblica, e fanno apparire come assolutamente moderate le richieste dei metalmeccanici.

Inoltre, se i produttori tedeschi hanno un solido margine di monopolio nelle esportazioni di impianti e macchine, gli altri produttori europei, che fanno beni di investimento semplici o beni di consumo anche sofisticati, ma ormai aggrediti dalla concorrenza asiatica, sono già sul piede di guerra nei confronti della politica della BCE. Hanno compreso che l’Euro la BCE lo vuole alto per tenere a freno padroni e sindacati nel negoziato salariale e non sono disposti a fare le spese del mantenimento dell’equilibrio competitivo dell’industria tedesca.

I francesi, in particolare, hanno notevole sfiducia nel modello di politica economica gestito “alla tedesca” dalla BCE. Nelle elezioni presidenziali, i due principali candidati se la sono ripetutamente presa con tale politica, ed è forse per ridurre il malcontento gallico che la stessa Bce ha fatto in questi giorni sapere che presterà meno attenzione all’andamento dell’indicatore monetario chiamato M3, sempre in crescita eccessiva rispetto alla soglia di pericolo fissata dai monetaristi tedeschi che hanno fabbricato la pur breve “tradizione” di comportamento della banca centrale europea.

Sperano in tal modo, a Francoforte, di togliere il panno rosso monetarista dagli occhi del toro gallico, per ridurne in qualche misura la furia.
Saranno Trichet e i suoi colleghi, veramente in grado di resistere alle pressioni di Parigi, una volta deciso chi sarà il nuovo presidente, e mantenere la politica monetaria europea nella rotta fissata, di contrasto deciso delle tendenze inflazioniste che paventano? O la influenza congiunta del padronato tedesco, che vorrà far ricadere sui prezzi gli aumenti concessi ai metalmeccanici, e delle autorità politiche francesi, ma anche di altri paesi europei, sarà sufficiente a smorzare la crudezza della manovra monetaria della BCE così da far rallentare la corsa dell’euro nei confronti dello Yen e del Dollaro e di tutti i paesi che ormai seguono il dollaro nelle sue oscillazioni?

Nelle capitali europee si è notato che ormai da molti mesi cinesi e giapponesi fanno a gara ad alleggerire i propri rispettivi, enormi surplus commerciali nei confronti degli Stati Uniti, dirottando le proprie merci verso l’Europa, con la complicità dell’euro forte, ma allo scopo di sottrarsi all’ira del Congresso americano, nel quale si delinea una sempre più pericolosa tendenza protezionista. E in Europa la lobby dei produttori è ancora assai più potente di quella dei consumatori, che invece è forte in Gran Bretagna e negli USA.

Le esportazioni europee di servizi commerciali non sono importanti quanto lo sono quelle di USA e Gran Bretagna. Le imprese europee non sono in vendita, esattamente come non lo sono quelle cinesi e giapponesi. E nemmeno hanno, gli europei, una produzione sovrabbondante di carta finanziaria sia pubblica che privata da vendere ai paesi dell’Asia o a quelli produttori di petrolio. In tale linea produttiva si sono invece specializzati inglesi e americani. Si aggiunga poi che l’unica avventura industriale europea di successo, l’Airbus francotedesco, sta soffrendo non solo per i propri errori manageriali e tecnici, ma anche per la caduta del corso del dollaro, moneta in cui fattura il suo solo concorrente, la Boeing, e i suoi capi guardano con autentica paura ad un aggravarsi della caduta stessa nei prossimi mesi.

Per questi motivi, un permanere della BCE sulla rotta di rigore monetario, dopo la conclusione dei rinnovi salariali in Germania, incontrerà il disappunto sempre più esplicito delle élite di governo europee. Finora, per i motivi già detti, il padronato tedesco ha richiesto che il timone monetario europeo fosse tenuto su quella rotta. Ma anche da paesi come la Spagna, alle prese con una bolla edilizia senza precedenti e la Finlandia e l’Irlanda, anch’essi molto dinamici anche industrialmente, è venuto l’appoggio alla BCE. Ora, tuttavia, il boom edilizio spagnolo ha già iniziato a sgonfiarsi, e una politica monetaria troppo severa potrebbe trasformare un graduale ridimensionamento in una pericolosa frana. Quanto a Irlanda e Finlandia, le loro rispettive industrie elettroniche non godono degli stessi vantaggi di monopolio delle esportazioni di impianti e macchine tedesche. Un euro troppo alto rischia di metterle in difficoltà nei confronti dei produttori asiatici.

C’è il caso, dunque, che tra qualche settimana il consenso nei confronti della posizione della BCE cominci a ridursi notevolmente, mettendone alla prova la risolutezza nel tenere la barra nella stessa direzione. Una scivolata più seria e improvvisa di quelle che abbiamo finora registrato nel corso del dollaro servirà a togliere ulteriore vento alla vele della BCE, proprio perché essa si ripercuoterà principalmente sull’Euro, la sola moneta di ruolo internazionale che non sia espressione di una nazione. Essa è governata da un direttorio che non è legittimato a prendere misure di contrasto della rivalutazione oltre la diminuzione del proprio tasso di interesse a breve.

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