L’EQUAZIONE TRA MAFIA ED ECONOMIA

3 Marzo 2010, di Redazione Wall Street Italia
*Ranieri Razzante, oltre ad essere docente di Legislazione Antiriciclaggio all’Università Mediterranea di Reggio Calabria, è presidente di AIRA, l’Associazione Italiana dei Responsabili Antiriciclaggio. AIRA è un’associazione indipendente, non politica e senza fini di lucro. Il suo compito è quello di diffondere la cultura della lotta al riciclaggio di denaro sporco. Maggiori informazioni su: www.airant.it. Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – L’equazione tra mafia ed economia negli ultimi anni sta dando risultati sempre più definiti. Nell’evoluzione storica dell’organizzazione criminale endemica, qualunque nome le si dia, si è venuta sviluppando una conoscenza sempre più appropriata ed approfondita dei meccanismi che regolano le attività finanziarie, ed in generale economico – commerciali. Ciò è la concretizzazione di un percorso che agisce mediante una architettura di pensiero che coinvolge implicazioni criminologiche e sociologiche assai rilevanti.

L’odierna metodica dell’agire mafioso, non può prescindere dalla componente economica, una componente che molto spesso si viene a porre a confronto (ma soprattutto a mescolare!) con quella dell’economia regolare. Un fenomeno che sarebbe limitativo circoscrivere al territorio nazionale, ma dal quale dobbiamo partire per comprendere l’esigenza di questo settore che si ripercuote pesantemente sul piano internazionale. A sublimarne gli effetti ne è, in primis, un mercato falsato nel suo naturale gioco della concorrenza e, in seconda battuta, la collettività che ne subisce indirettamente le ripercussioni.

Le considerazioni di cui sopra possono partire dall’ultimo caso pratico di cui si è arricchita in questi giorni la cronaca. Una nota emessa dalla Guardia di finanza sintetizza il senso ed il meccanismo che soggiace a quella che è stata denominata operazione Texada: attraverso sofisticate tecniche di Borsa – si legge nella nota – gli indagati, su precise direttive di membri del clan, gonfiavano e sgonfiavano i prezzi dei titoli sul mercato attivandosi con operatività frenetiche sui titoli, coinvolgendo negli acquisti e nelle vendite nuclei sempre maggiori di ignari investitori.

Il profitto degli indagati – e dei loro mandanti – nei quattro anni di manipolazione del titolo ammonta a circa 15 milioni di euro, veicolati attraverso l’apertura di conti correnti in Svizzera nelle casse canadesi dei capi dell’organizzazione mafiosa. Tra gli indagati figurano alcuni personaggi già noti alle cronache per avere in passato abusivamente sollecitato il pubblico risparmio su alcuni investimenti rivelatisi in seguito truffaldini.

E’ stato altresì tentato, senza riuscirvi, di acquisire il controllo di una Società di intermediazione mobiliare (Sim). Il termine sofisticate tecniche di borsa, già di per sé, denota come lo stile di operatività della criminalità organizzata sia notevolmente evoluto e come non si basi più – non solo – sulla strategia della paura e della violenza. Essa si fonda sulla trasparenza, sulla mimetizzazione dei propri affari nel mare magnum dell’intermediazione finanziaria e immobiliare. Affinché ciò avvenga però è necessaria la predisposizione di strutture avanzate, basi logistiche, schiere di pensatori ed esperti tecnici di settore su cui investire per ottenere i guadagni sperati.

Una struttura di intelligence che varca i confini nazionali per installarsi in paesi come la Svizzera, il Canada, Stati Uniti, spesso l’Inghilterra ed i paesi off shore. Il profilo organizzativo è certo, puntuale, strutturalmente predisposto ed efficace, perché opera in maniera sistematica, gestendo flussi di informazioni da rivendere al mercato finanziario a vantaggio dei propri investimenti. Varie le tecniche utilizzate: insider trading, manipolazione di mercato, gestione e divulgazione di informazioni privilegiate. Il segmento bancario e finanziario diventa così strategico. L’investimento mobiliare diviene essenziale per dare linfa alle attività e nuova vita al denaro sottratto in maniera illecita.

Il tutto avvalendosi di validi professionisti, esperti analisti, investitori qualificati, avvezzi a frequentare i salotti buoni dell’alta borghesia nostrana e risoluti a vendere i propri servigi alle organizzazioni criminali. Difficile immaginare gli uomini di punta dei clan camorristici o mafiosi, rampanti che scalano vogliosi la gerarchia interna del successo, lupara alla mano, fare ragionamenti di borsa sull’andamento dei titoli azionari e sugli investimenti più redditizi. Persone spesso di un basso livello sociale e culturale che non esitano a circondarsi delle persone giuste, che sappiano muoversi negli ambienti giusti, come una longa manus tentacolare.

Molto più semplice è immaginare questi soggetti alle prese con professionisti da inserire nella già lunga lista del libro paga: professionisti capaci di progettare sistemi ad arte, un’arte mafiosa si intende, perché sempre di mafia si tratta. Difficile a nostro parere è trarre una distinzione così netta tra chi é parte della mafia e chi per conto di essa opera e si nutre. Una distinzione che il nostro sistema penale generosamente concede, ma che a stretto giro si dimostra estremamente lacunosa. Come se l’operare per ordine della mafia fosse meno grave e vergognoso che non farne parte. La questione sinora trattata si dimostra estremamente complessa soprattutto qualora si voglia progettare un deterrente efficace.

Alcuni hanno affermato che l’80 % dei fondi che circolano ogni anno nella borsa di New York possano avere origini o destinazioni illecite. Probabilmente le cifre sono generose, ma se anche ipotizzassimo che solo il 10% di quanto ora affermato fosse vero, vorrebbe dire avere un giro di affari illeciti che coinvolge centinaia di milioni di dollari, da ripulire nell’enorme lavatrice di Wall Street. Il tutto arrecando enormi danni agli investitori. Perché è chiaro che dove c’è mafia non c’è concorrenza, quindi gli alti titoli devono necessariamente lasciare il passo a quelli incriminati affinché i proventi confluiscano verso le ricche casse dei clan.

Affermare questo ora, nel momento in cui le borse di tutto il mondo ancora si leccano le ferite cha ha lasciato la più grave crisi finanziaria degli ultimi decenni, fa montare il disappunto. Schemi di governance, informazioni, analisi finanziarie, movimentazioni bancarie internazionali costituiscono l’incedere di questa enorme struttura tentacolare che risucchia risorse illecitamente con un progetto criminale troppo spesso impunito. L’autarchia finanziaria instaurata al tempo della globalizzazione ci porta a comprendere il disagio dei soggetti imprenditoriali che si vedono costretti all’espulsione dal sistema perché condizionati o meglio congestionati da barriere fiscali e finanziarie proibitive.

L’operazione commerciale diviene allora risorsa essenziale, la partecipazione ad appalti, quotazioni, finanziamenti, scalate e false informazioni diventano l’ossatura di un sistema di pensiero criminale. Perché qui il problema sta proprio nella cultura della criminalità: esperti pensatori mettono a disposizione le proprie conoscenze pagati con denaro sporco, molto spesso di sangue; un denaro che neanche la più minuziosa serie di frazionamenti può mai lavare dall’onta della codardia.

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