L’EMBARGO AMERICANO NON HA FRENATO MARC RICH

26 Febbraio 2001, di Redazione Wall Street Italia

Le critiche sul perdono di Marc Rich da parte del presidente Clinton sono destinate a infuocarsi ulteriormente.

Il finanziere fuggito in Svizzera dopo essere stato accusato di evasione fiscale e di avere trattato con l’Iran mentre l’Ayatollah Khomeini teneva in ostaggio 53 americani, avrebbe continuato a fare affari con Paesi considerati dagli Stati Uniti ‘tabu” a causa del loro appoggio al terrorismo o all’abuso dei diritti umani.

Attraverso la sua societa’ svizzera, Marc Rich avrebbe trattato – secondo il Wall Street Journal e documenti ufficiali – con Paesi soggetti all’embargo americano quali Iran, Libia, Cuba e Sudafrica.

Sebbene questi coinvolgimenti non dovrebbero cuasare alcuna indagine federale – avendo Rich rinunciato alla cittadinanza americana e trattato con i Paesi indesiderati dalla Svizzera – sollevano pero’ ulteriori questioni sul merito della grazia.

Il dipartimento di Giustizia americano sottolinea che chi aspira al perdono deve aver dimostrato una buona condotta per un sostanziale periodo di tempo e forti evidenze di ‘riabilitazione’.

Rich e la sua societa’ Marc Rich Investment hanno pero’ dichiarato piu’ volte di seguire solo le proprie regole e, secondo Eddie Egloff, un ex-partner del finanziere, gli affari con le nazioni soggette a embargo americano avrebbero rappresentato solo l’1% del totale tra il 1974 e il 1988.

La questione e’ complessa poiche’ la rinuncia di Rich alla cittadinanza americana potrebbe essere stata resa nulla dall’utilizzo del passaporto e anche perche’ sussidiarie estere di societa’ americane spesso conducono affari con Paesi dell’embargo.

Alcune transazioni, poi – quale l’acquisto di $400 milioni di greggio iraniano nel 1990 – non avrebbero violato alcuna limitazione in quanto fino al 1997 le sanzioni contro l’Iran proibivano d’importare petrolio negli Stati Uniti e solo da quella data il presidente Clinton ha proibito qualsiasi transazione o investimento con quel Paese.

E’ certo pero’ che alcuni affari piu’ recenti – l’invio nel 1999 e nel 2000 di alluminio grezzo agli impianti di fusione iraniani e la succcessiva vendita sui mercati mondiali del prodotto finito – sollevino dubbi sulla loro legalita’. Sebbene altamente rischiosi si sono pero’ rivelati altamente remunerativi per Rich; l’Iran era infatti disposto a pagare un prezzo piu’ alto di quello di mercato.

Stranamente, per chi come Rich ha donato decine di milioni di dollari per la causa israeliana, anche l’Iraq ha rappresentato un importante partner in affari. Sei mesi dopo la conclusione della guerra del Golfo il finanziere ha infatti espresso interesse nell’acquistare greggio dal Paese che durante il conflitto aveva bombardato Tel Aviv.

Secondo l’ex socio Egloff, pero’, in altre occasioni Rich aveva rifiutato affari con l’Iraq per non dover rompere l’embargo posto dalle Nazioni Unite.

Secondo Thomas Frutig, CEO di Marc Rich Investments, le vendite di greggio dall’Iraq sono state molto limitate e consentite dall’ONU su promessa di utilizzare i guadagni per aiuti umanitari.

Nonostante l’embargo posto nel 1986 dal presidente Reagan sulla Libia – a causa del suo coinvolgimento con attacchi terroristici agli areoporti di Vienna e Roma – March Rich ha concluso vari affari con il Paese – dall’acquisto di greggio alla fine degli anni ’80 e tra il 1997 e il 2000, alla spedizione di semi di soia e orzo.

Il suo appoggio a Israele – malvisto da Libia e Paesi Arabi – l’ha pero’ costretto a utilizzare un intermediario europeo o gli uffici europei di Marc Rich Investments.

Nel 1999, poi, l’allentamento delle sanzioni contro Libia, Iran e Sudan ha concesso alle societa’ americane – tra cui Novarco, la sussidiaria statunitense di Marc Rich Investments – di ottenere il permesso di trattare con quei Paesi.

Dall’ottobre 1986 al 1991 gli USA hanno proibito alle societa’ di inviare greggio, armi o computer in Sudafrica come misura di pressione ad abbandonare il regime di apartheid e un embargo dell’ONU scoraggiava le transazioni con quel Paese.

Nonostante la Svizzera si fosse impegnata a scoraggiare le proprie societa’ dal concludere affari con il Sudafrica, Rich ha inviato – tra il 1979 e il 1990 – 11 milioni di tonnellate di petrolio, pari all’8% delle scorte del Paese.

Rich ha poi snobbato le sanzioni economiche con Cuba – quelle piu’ severe e che comportano fino a 10 anni di carcere – facilitando per anni le operazioni di scambio di zucchero e petrolio tra Cuba e la Russia.

Nel 1989 e 1990 la societa’ di Rich era coinvolta anche nell’acquisto di metalli da Cuba e alla fine degli anni novanta nell’acquisto di petrolio dalla Nigeria.

Le transazioni in Paesi cosi’ controversi non solo erano spesso altamente remunerative, ma a volte anche inevitabili, in quanto la posizione di fuggitivo di Rich agiva da deterrente sui mercati regolari.

Ora, pero’, gli scambi ‘irregolari’ potrebbero essere giunti alla fine, con l’acquisto della societa’ per $150 milioni da parte della divisione svizzera Crown Resources del gruppo russo Alfa.