L’ EFFETTO PETROLIO SUI SOGNI DEL CAVALIERE

8 Agosto 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Si riteneva fino a poco fa da parte dei maggiori centri mondiali di analisi economica che la ripresa congiunturale Usa avrebbe continuato a tirare energicamente per tutto l’ultimo quadrimestre dell’anno. Reddito nazionale, domanda interna, esportazioni, creazione di nuovi posti di lavoro, plusvalenze provenienti da una Borsa in rialzo, tassi d’interesse in moderato e già metabolizzato aumento: queste le formidabili forze che avrebbero trainato l’economia mondiale definitivamente fuori dal pantano in cui era caduta subito dopo lo sgonfiamento della bolla speculativa del 2000 e le successive drammatiche vicende del 2001. E se qualche vagone o vagoncino non avesse potuto agganciarsi al grande treno in corsa, pazienza: dopo la lunga stagnazione, un capitalismo risanato avrebbe dimostrato la perenne validità del libero mercato e della sua capacità di diffondere insieme benessere e libertà.

Ma per qualche ragione ancora non interamente chiara ma già individuabile nelle sue grandi linee, qualche elemento essenziale del quadro sta marciando storto, qualche meccanismo dev’essersi inceppato. Quasi di sorpresa infatti l’andamento dei consumi Usa ha rallentato e così pure la produzione industriale e la creazione di nuovi posti di lavoro. La Borsa ha invertito la tendenza specie nei settori di alta tecnologia e in quelli manifatturieri.

Intanto il prezzo del petrolio continua a salire e forse è proprio questo l’elemento determinante di quest’inattesa frenata. Se non invertirà rapidamente la tendenza al rialzo ci troveremo in mezzo ad una vera e propria crisi petrolifera capace di modificare profondamente tutte le previsioni fin qui formulate sull’andamento dell’inflazione, dei tassi d’interesse, del finanziamento dei disavanzi, del commercio internazionale.

Mai come in questo momento l’incertezza è dunque al culmine e i mercati sono privi di orientamento. In realtà nessuno aveva immaginato una situazione del genere anche se non mancavano i segnali per avvistarne la gravità.

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I prezzi del greggio sono ininterrottamente al rialzo da cinque anni. Dai 18 dollari al barile del maggio ’99 per il petrolio quotato sui mercati di New York e di Londra, siamo arrivati nell’agosto 2004 a 44 dollari (41 per il Brent quotato a Londra). L’aumento medio è stato cioè del 60 per cento.

Se si considerano i dodici mesi che vanno dalla fine della guerra in Iraq al giugno 2004, l’andamento del greggio registra un rialzo da 28 a 39 dollari per barile. Ciò avviene in una fase in cui dal punto di vista congiunturale la tensione della domanda e la disponibilità dell’offerta avrebbero dovuto generare un virtuoso equilibrio intorno al prezzo di 22-24 dollari al barile. Siamo invece ad uno sballo esattamente del doppio che non accenna a diminuire.

Diventa sempre più chiaro dunque che a cause congiunturali si sono sovrapposti mutamenti strutturali sia nella domanda che nell’offerta. La prima è strutturalmente aumentata a causa dell’irrompere dell’Asia (e della Cina in particolare) sul mercato petrolifero e carbonifero. La seconda è strutturalmente diminuita a causa dell’arresto degli investimenti nella ricerca petrolifera e nelle nuove fonti d’energia diverse dal petrolio. La documentazione di questi mutamenti profondi è stata analizzata in questi ultimi mesi da numerosi interventi sulle riviste specializzate del settore (tra i quali segnalo un recente saggio di Alberto Ciò) e dai giornali economici più attenti (Wall Street Journal, Financial Times, Economist).

Sperare che basterebbe un po’ più di buona volontà da parte dei produttori Opec, un rapido ritorno sul mercato del petrolio iracheno, del gas russo, del greggio venezuelano nonché l’utilizzo calmieratore delle riserve Usa, è pura illusione.

La crisi petrolifera è ormai un dato di fatto. Gli effetti possono essere molto pesanti sui mercati globali e in particolare sulle economie degli Stati Uniti e di Eurolandia nonché su quelle dei paesi emergenti non petroliferi.

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Si comprende meglio in questo contesto quale sia stato il drammatico errore compiuto dal governo italiano nel triennio 2001-2004 durante la gestione Berlusconi-Tremonti della politica economica: per tener fede all’impegno elettorale di “non prender denaro dalle tasche degli italiani” ci si è affidati ai condoni e alla finanza creativa puntando tutte le carte sulla ripresa internazionale.

Gli effetti nefasti di questa politica sono stati quelli di distruggere l’avanzo primario delle partite correnti, di interrompere la diminuzione del debito pubblico, di diminuire le entrate tributarie e di far correre più velocemente il fabbisogno e il rapporto deficit/Pil.

Questa politica è arrivata ai piedi di un invalicabile muro e Tremonti ne ha fatto le spese. Per la stessa ragione il Berlusconi di agosto ha cambiato politica: ora ha bisogno come dell’aria che respira dell’appoggio del sistema bancario, della Confindustria, della Banca d’Italia, dei poteri forti o almeno di quello che ne è rimasto. Farà concessioni, farà promesse.

Circola voce che voglia vendere le sue televisioni a operatori “nazionali”. Forse è soltanto un’esca, un modo per distribuire qualche “per cento”, un osso da dare ai cani che minacciano di mordergli i polpacci alla ripresa di settembre. Vedremo.

Ai sindacati promette una sorta di scala mobile costruita su misura dei pensionati. Non è farina del suo sacco perché sono anni che i sindacati confederali, le associazioni dei consumatori e i partiti d’opposizione chiedono parametri specifici per le classi di reddito più deboli, non solo pensionati ma tutti i lavoratori e i contribuenti sotto ai 20 mila euro di reddito annuo e, insieme a questo, un sistema di ammortizzatori sociali che dia protezione al lavoro flessibile e la fiscalizzazione degli oneri sociali.

Si parla tanto di riformismo forte. Eccone alcuni esempi. Quanto costerebbe un progetto di riforma fondato su questi elementi? Non si è lontani dal vero azzardando la cifra di 20-25 miliardi, più o meno quanto il costo del tanto strombazzato taglio dell’Irpef ma molto più produttivo ai fini del rilancio dell’economia, dell’industria, dei consumi, dell’occupazione e del potere d’acquisto.

Questo mi sembra il tipo di programma operativo che il centrosinistra dovrebbe far proprio e che del resto è già nella sua linea e nel suo Dna. Bastano due sole parole per presentarlo al paese: protezione sociale e innovazione. E poi articolarle nel concreto.

Ci vuole un grande respiro di efficienza e di equità. I rappezzi, il riformismo delle briciole, le velleità contrapposte del moderatismo e della palingenesi finale sono vecchi arnesi d’un mondo che fu. Innovazione e protezione, creatività individuale e solidarietà comunitaria: questo è il programma che ci si aspetta da Romano Prodi. Sta nel cuore e nella mente di tutti i democratici. Non ci vogliono cento pagine né cinquanta e neppure venti. Ne bastano tre o quattro per indicare e rendere espliciti quegli obiettivi che tutte le persone perbene conoscono da tempo e dei quali il paese ha bisogno.

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