L’ECONOMIA VA MALE PERCHE’ SIAMO UN PAESE TRISTE

24 Dicembre 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – L’economia italiana va male. Non per motivi congiunturali (che anzi i dati correnti non sono neppure troppo cattivi) per cui questo scrutare sempre l’orizzonte chiedendosi se e quando arriverà la ripresa è operazione quanto mai futile. Né va male per motivi principalmente imputabili al governo in carica (anche se, come dirò, questo ha dato il suo bel contributo) per cui credere che basti cambiare la formula politica per rimetterla in carreggiata è, più che un’illusione, un ennesimo imbroglio.

Non è il governo in carica responsabile dell’agonia della Fiat; della crisi dell’Alitalia; della più grande truffa aziendale di tutti i tempi quale è stata la truffa Parmalat; dello strapotere dell’Enel, monopolio privatizzato che assicura all’Italia uno dei costi dell’energia più alti del mondo; della distruzione dell’Olivetti e dell’informatica italiana; dello spiazzamento strutturale dell’Italia tra dollaro debole e Cina forte con moneta debole; del ruolo dominante dell’economia mafiosa e camorrista in vaste zone del paese e via dicendo. Chi pensa che tutto si possa risolvere cacciando il governo in carica imbroglia se stesso e i cittadini italiani, anche se cacciare questo governo e ancor più liberarsi di questo parlamento deprimente e servile, è comunque condizione necessaria ancorché non sufficiente.

L’economia italiana va male perché il paese va male. Qualche anno fa un imprenditore francese che da molti decenni frequenta, anche per lavoro, l’Italia mi disse: «Siete diventati tristi, siete diventati un paese triste. Lei pensa che oggi Mendelssohn-Bartholdy, dopo un viaggio in Italia, scriverebbe ancora una “Sinfonia Italiana” con i suoi straordinari slanci giocosi? Lei pensa che potrebbe concepire qualcosa di simile all’Allegretto iniziale, così denso di gioia di vivere, di felicità? O come il Salterello finale dove il tema scorre pieno di fuoco sul ritmo di danze popolari?».

Ecco: l’economia italiana va male perché siamo diventati tristi e Mendelssohn non potrebbe più scrivere una Sinfonia Italiana. Recentemente uno stimabile quotidiano (Libero) ha vistosamente ricordato che i dati congiunturali non sono per niente male: i consumi reggono, il reddito disponibile aumenta, l’occupazione nelle zone sviluppate del paese è tutt’altro che male. Libero ha ragione: ad esempio in Germania questi dati sono peggiori da ormai parecchi anni.

Eppure non ci si può fermare a questa constatazione. Bisogna proseguire oltre e domandarsi: ma se le cose stanno così, perché allora le più serie rilevazioni registrano un atteggiamento assai pessimistico dei cittadini, portatori di attese in maggioranza assai negative? Può essere che questo fenomeno sia solo conseguenza dei piagnoni, che riescono ad instillare nella gente questi sentimenti negativi, pur nella loro scarsità di strumenti di influenza televisiva?

Innanzi tutto le cose appaiono diverse se si entra nei dettagli. Recenti analisi approfondite sull’andamento dei consumi delle famiglie dal 1997 al 2003 dimostrano che è vero che i consumi sono, sia pur modestamente, sempre aumentati ma se si analizzano le singole categorie di consumatori (famiglie, single; giovani, anziani; dipendenti, autonomi, etc.) è evidente un processo di forte polarizzazione che penalizza le categorie più deboli. Se poi si analizza l’andamento dell’occupazione soprattutto nelle zone più sviluppate si trovano dei numeri generali confortanti, ma si scopre che l’occupazione è sostenuta sostanzialmente dall’edilizia.

Ed è sotto l’occhio di tutti che buona parte di questa edilizia è stimolata dai condoni e dalla leggerezza con la quale si danno autorizzazioni devastanti di quel non molto che resta del una volta Belpaese. Insomma se si entra in un’indagine più ragionata, più approfondita, più qualitativa si inizia a capire perché gli umori e le attese della popolazione sono così negative? Sembra evidente che gli italiani abbiano paura di una società e di un’economia che appare priva di prospettive, dove i più grandi complessi industriali sono ormai quasi in ogni settore ai margini dell’economia mondiale; dove i consumi reggono ma gli investimenti qualificati no; dove il gioiello Ferrari perderà nel 2004 oltre cento milioni di euro, mentre l’assemblea della Dr. Ing. H.c.F. Porsche AG di Stoccarda il 28 gennaio 2005 approverà il bilancio al 30 giugno 2004 con un utile prima delle imposte di oltre un miliardo di euro, record storico; dove le stesse famiglie non investono più nel futuro (un dato che ho trovato agghiacciante è che una delle poche spese delle famiglie diminuite dal 1997 ad oggi, è proprio la spesa per istruzione, diminuita del 19%).
Che tutto questo si debba chiamare “declino” (Luciano Gallino) o “metamorfosi” (Giuseppe Berta), o “più grave crisi dal dopoguerra” (Montezemolo), che a “questa cosa” si debba reagire con la volontaristica retorica dell’antideclino (Ciampi) o con qualcosa di più solido, è questione importante.

Ma il dibattito non sarà serio e quindi non sarà utile se verrà impostato su basi congiunturali e di schieramento elettorali. Se ancora una volta si farà tattica e non strategia. L’economia italiana va male perché si è, in gran parte, realizzato quello che Guido Piovene illustrò con grande chiarezza al termine del suo memorabile Viaggio in Italia nel 1956 e nel postscriptum del 1966, con parole che meritano di essere ampiamente riprese e meditate: «L’Italia è sempre un paese confuso, in cui quasi nulla appare con la sua vera faccia. Ma un viaggio per l’Italia ci porta davanti alla società più mobile, più fluida, e più distruttrice d’Europa… In nessun altro paese sarebbe permesso assalire, come da noi, e deturpare città e campagne, secondo gli interessi e i capricci del giorno.

Gli italiani non temano di essere poco “futuristi”. Lo sono più degli altri, senza avvedersene; sebbene questo non significhi sempre essere i più avanzati…. Il nostro paese non è inferiore a nessuno per il numero degli ingegni e per la qualità dell’intelligenza allo sgorgo. Ma quell’intelligenza riesce difficilmente a prendere un valore politico e un prestigio politico, e raramente emette voci che trascinano seco un interesse universale. In nessun altro paese come da noi tutto il campo sembra occupato dagli attivisti d’ogni specie; in nessun altro, quasi per un tacito accordo di affaristi e sociologi, è così radicata la convinzione che contino solo i problemi di denaro e di cibo…. Il rischio dell’Italia è di entrare nel numero dei popoli di cultura bassa, giacché è possibile essere intelligenti e di cultura bassa… L’ingresso ritardato dell’Italia nella civiltà moderna, caduto però in un momento in cui prende impeto dalla situazione mondiale, porta nell’Italia d’oggi un avanguardismo generico, confuso, ma effettivo; e, secondo la visuale, si può definirla altrettanto bene un paese ritardato e un paese di punta.

Più moderno dei suoi vicini, se per moderno noi intendiamo un paese nel quale la vecchia civiltà si squaglia in maniera più rapida e dove più forte, sebbene non tutta cosciente, è la crisi. Certamente anche un paese oscuro a se stesso, nel quale tutti soffrono più malesseri che dolori, senza capirne con chiarezza il perché…».

Questo governo, anzi questa classe politica e soprattutto questo deprimente Parlamento, ha da parte sua accentuato tutte le tendenze negative già insite nel tipo di sviluppo italiano e lucidamente viste da Piovene, ed ha assecondato tutti i vizi del paese puntando sulla esaltazione di questi vizi per consolidare il proprio consenso. Ha così dato il via libera alla più selvaggia devastazioni del territorio italiano dopo quella a cavallo tra gli anni 50-60; ha aperto tutti i rubinetti a favore delle proprie vastissime clientele e consorterie sicché il “non ci sono più soldi” è diventato una specie di parola d’ordine per tutte le cose che costruiscono il futuro; ha ampliato anziché ristretto il potere della peggiore burocrazia, ma soprattutto ha compiuto (attraverso condoni, concordati di massa, leggi ad personam, leggi anticostituzionali come quella sull’ordinamento giudiziario) un’operazione sistematica di distruzione del concetto stesso di diritto come ha ultimamente denunciato, con parole appassionate ma lucidissime, Claudio Magris (Corriere della Sera, 18 dicembre 2004).

Magris ha scritto: «Al di sotto di un certo livello di decenza, la questione non è più solo morale, perché mina le istituzioni». Questa correttissima affermazione si può completare così: al di sotto di un certo livello di decenza l’economia non funziona. Perché l’economia ha bisogno di fiducia e la fiducia si basa sul diritto. Al di fuori c’è solo l’economia dello Zen di Palermo o di Forcella di Napoli. Un’economia magari vivace, ma sgradevole.

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