L’AVVELENATORE
DI POZZI

23 Gennaio 2006, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – L´avvelenatore di pozzi è l´uomo politico che sale al Quirinale per convincere il capo dello Stato a cambiare i termini dello scioglimento delle Camere, puntando a guadagnare qualche giorno senza par condicio. Serve qualcosa rilevare che c´era un accordo generale, e che è insensato stravolgerlo per l´interesse di una sola persona e di un solo partito? Sembra di assistere alla prestazione di un giocatore d´azzardo, un gambler che mette nel mirino il Quirinale per uno stretto calcolo di parte. Che preme sul presidente della Repubblica per portare a casa due settimane, anche solo una settimana di rinvio. In modo, fra l´altro, da poter rilanciare la legge Pecorella, dopo la Cirami e la Cirielli, per chiudere la legislatura con l´ultimo stravolgimento della procedura penale. Dopo di che ogni ragionamento sul fair play istituzionale e politico è una favoletta per bambini, e la presidenza della Repubblica un velo sottile fra la Costituzione e la convenienza politica.

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Si gioca tutto, Berlusconi, e quindi non ha remore nello stravolgere regole, consuetudini, convenzioni. Perfino il galateo. Tanto per dire, l´avvelenatore dei pozzi è anche il politico incattivito che con un ghigno si rivolge a Francesco Rutelli in diretta tv chiamandolo «il migliore dei peggiori».

A che serve obiettare che l´uso della parola «peggiori» implica un giudizio non politico, che investe la qualità umana, addirittura psicologica ed esistenziale dell´avversario? E che dunque semplicemente non sta bene, non si fa, non si dovrebbe fare per semplice buona educazione?

Non serve a niente. A Silvio Berlusconi importa soltanto trasformare le elezioni del 9 aprile in un giudizio di Dio. Per questo sostiene che nelle urne ci sono in gioco due «visioni del mondo» incompatibili. Espone quindi l´idea che non c´è spazio per il confronto, dunque per la politica: c´è solo la guerra santa, una Lepanto contro i miscredenti, un fondamentalismo liberale, o sedicente tale, contro le forze del male.

Già visto, già sentito. Eppure c´è una novità nell´esondazione mediatica e nelle distorsioni istituzionali del capo di Forza Italia, ed è una novità estrema, anzi forsennata, che piace ai suoi sostenitori della destra snob e trash, i seguaci di Giuliano Ferrara: secondo il quale il Cavaliere dà il meglio quando è strampalato, riproduzione seriale e warholiana di se stesso, proiezione trigonometrica di un´immagine pop, un cartone animato in doppiopetto che dà fuori da matto pestando i piedi. E loro applaudono la performance: divertente. Mentre qualcun altro di loro arrischia che di questi tempi, con il «Cav.» condannato alla sconfitta, è moralmente e forse esteticamente doveroso «andare a sbattere» con Lui (forse in una versione post-storica del cercar la bella morte).

Ora, che Berlusconi sia divertente è un concetto discutibile. Non è divertente affatto nelle sue gag padronali, come quando si alza dalla poltrona del faccia a faccia in tv per andare a spolverare con il fazzoletto il bavero della giacca di Rutelli, dato che le sue trasgressioni sono tutte rigorosamente domestiche, sotto lo sguardo di un conduttore che è un suo dipendente. Qualcuno potrebbe trovare più divertente la faccia allibita e l´ammutolimento quando Rutelli gli schiaffa sul naso le cifre del suo arricchimento in politica, il valore delle proprietà televisive praticamente triplicato a dispetto dei suoi continui lamenti sui danni che la politica gli ha inflitto.

Eppure il forcing berlusconiano genera inquietudine anche quando è pretestuoso, male informato o volutamente distorsivo. Tutti noi abbiamo avuto un parente “simpatico” secondo la cifra del Berlusconian Style, titolare di una divertente faccia tosta “de destra”, abituato a sostenere, reclamando risate e consensi, che «la Triplice ha rovinato l´Italia» (la Triplice, o la Trimurti, erano Cigil, Cisl e Uil). Ma Berlusconi non è un mattocchio di provincia. Ha già spiegato in altra occasione che la par condicio è una legge capestro per i monopolisti, perché sarebbe come mettere le mutande mediatiche alla Coca-Cola o a qualsiasi altro prodotto di largo consumo abituato a dominare il mercato.

Quindi c´è una razionalità nella descrizione berlusconiana di un mondo allucinato. C´è un metodo nell´apparente follia che descrive allo stesso modo il sistema di potere “comunista” fondato sulle cooperative rosse, e la Dc come perno di un sistema di corruzione fondato sulle partecipazioni statali, con Romano Prodi perfido ragno nella tela democristiana, fino a provocare la protesta anche dell´Udc, che del partito progenitore ha buona memoria.

È vero che la sua strategia appare antimoderna, tutta rivolta al passato, ripiegata in un´Italia dell´odio politico; eppure Berlusconi è convinto che funzionerà. Perché mobiliterà di nuovo «le casalinghe di Forza Italia», susciterà ancora le spinte anticomuniste, l´avversione per l´ideologia che ha provocato «miseria, terrore e morte», radunando ancora le pulsioni familiste e indirizzandole populisticamente contro il settore pubblico, la magistratura, la burocrazia, il sindacato, i “fanagottoni” di partito, le cooperative rosse, l´Unipol.

Da parte sua, non può ragionevolmente resistere alla contestazione dei cattivi risultati economici e al raggelante funzionamento del sistema Italia: la crescita zero non è una malevola invenzione delle sinistre, lo stato dei conti pubblici e la crisi del potere d´acquisto delle famiglie neppure, e nemmeno il degrado delle ferrovie si deve a un pregiudizio partigiano. Dunque da tempo Berlusconi doveva cercare di scartare, deviare, uscire di lato. L´avvelenamento dei pozzi è cominciato tempestivamente, con l´introduzione unilaterale della legge elettorale proporzionale, una nefandezza politica che mette a repentaglio oltre un decennio di razionalizzazione e stabilizzazione del sistema politico (con l´obiettivo, come ha detto con la miglior faccia possibile sabato scorso a Firenze, era di rendere contendibile il consenso nelle regioni rosse, di recuperare voti nei bastioni «comunisti»).

Altro che preoccupazioni «sistemiche». Interesse politico puro e bruciante. E adesso è il tempo degli appelli, della mobilitazione rivolta a quella che il «signor Gramsci», come lo chiama lui nelle sue polemiche che sorvolano trionfalmente i decenni, chiamava «la plebe borghese». Ossia verso quel fondo anarcoide della società italiana che è disposto a sentire un uomo di governo attaccare le istituzioni, cercare di smontare gli accordi sulla data dello scioglimento delle Camere, e tutto questo per invadere le case con il sorriso dei giorni migliori, e per riproporre l´ultima legge-canaglia sulla giustizia dopo essersela vista sbattere sul muso dall´ineccepibile rinvio presidenziale.

Forse quegli italiani scettici non credono a niente, neppure alla crociata di Berlusconi. Ma se l´avvelenatore di pozzi riesce a spostare l´attenzione dall´economia all´ideologia, dal confronto sulle cose, come chiede inquieto Ciampi, alla lite da bar sulla bufala dell´euro a 1500 lire, può anche darsi che il clima politico si confonda. Già non sarà facile distinguere partiti e alleanze, la destra e la sinistra nella confusione di simboli sulla scheda elettorale. Se Berlusconi riuscirà a trasformare le elezioni in una guerra dei mondi, in uno scontro mortale fra antropologie, fra la libertà occidentale e il collateralismo comunista, converrà dare tanti saluti alla realtà e sperare tutt´al più che l´Italia immaginaria di Berlusconi non avveleni anche noi.

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