L’America oggi al voto. Obama ha deluso. E il nuovo motto è: “No, we can’t”

1 Novembre 2010, di Redazione Wall Street Italia
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(WSI) –Lasciate stare i sondaggi dell’ultima ora, le proiezioni seggio per seggio, Camera e Senato, sulle perdite previste dei democratici. Per capire il terremoto politico preannunciato per domani in America è fuori dalla politica che bisogna andare.

La più completa rassegna dello stato reale della nazione è contenuta in un indice. “How We Are Doing Index”: è il misuratore del “come stiamo andando”. Lo ha messo a punto la Brookings Institution, autorevole think tank vicino al governo, ed è giunto alla sesta edizione. Ieri è uscito l’ultimo verdetto.

Un ritratto angosciante: se l’America ha cessato di essere la terra dell’ottimismo ha le sue buone ragioni, radicate nello stato reale delle cose. Sono 14 statistiche ben selezionate, che misurano il polso della situazione economica e sociale. Debolissima la crescita del Pil, appena il 2%, un’anomalia storica rispetto agli altri periodi post-recessione.

Ancora più significativo è lo stato del mercato del lavoro: il vero tasso di disoccupazione raggiunge il 16,8%, se si sommano i disoccupati ufficiali e quelli che hanno smesso di cercar lavoro per la disperazione, o sono rassegnati a part-time e lavoretti precari mentre vorrebbero un’attività vera. Ben 23 Stati Usa, quasi la metà del totale, continuano ad avere un aumento della disoccupazione. Le case, principale deposito del risparmio familiare, hanno perduto il 33% del loro valore.

Lo stato d’animo dei consumatori, misurato da Reuters e University of Michigan, è ridisceso al livello dell’autunno 2009, cioè quando ci si sentiva ancora in piena crisi. Idem per il barometro di ottimismo-pessimismo dei piccoli imprenditori, di nuovo in discesa rispetto a quest’estate.

I dati conclusivi riguardano la percezione generale degli americani, e la loro visione del futuro. È qui che si misura un cambiamento eccezionale: la nazione che per generazioni stupì il mondo intero per la sua capacità di “pensare positivo”, di nutrire un’illimitata fiducia nelle proprie capacità, è irriconoscibile. Solo il 20% dei cittadini è soddisfatto di quel che l’America è oggi. E appena il 39% “sente che le cose si stanno evolvendo nella direzione giusta”.

I tre ricercatori che hanno diretto l’indagine della Brookings Institution, Karen Dynan, Ted Gayer e Darrell West, sintetizzano così i sentimenti degli elettori che domani vanno alle urne: “Domina l’incertezza sull’economia, la fiducia dei consumatori frana, le prospettive di una ripresa sono grigie. Non c’è chiarezza sul futuro delle tasse. Non c’è un piano per ridurre deficit e debito pubblico nel lungo termine. Nessuno sa se e come affronteremo problemi strutturali come la dipendenza energetica, l’ambiente, l’immigrazione”.

Inevitabile che una simile sindrome si traduca nella voglia di castigare chi governa. Il livello di consensi verso Barack Obama è sceso dal 54% di un anno fa al 45% oggi. Non gli viene riconosciuto neppure il merito di avere arrestato la recessione, al contrario. “Meno di un terzo degli elettori – spiegano i ricercatori della Brookings – pensa che sia servita a qualcosa la sua manovra di spesa pubblica anti-crisi. Il 68% è convinto che quei soldi sono stati buttati via”.

Il Washington Post, un giornale tutt’altro che ostile all’Amministrazione Obama, riassume così l’atmosfera dominante in questa vigilia di legislative: “Anzitutto siamo in guerra, e sconfiggere i nostri nemici richiederà un impegno di lungo termine in Afghanistan, Pakistan, Iraq, al quale il presidente non ha preparato abbastanza gli americani. Poi ci stiamo avvitando pericolosamente nel debito pubblico, che deprimerà il nostro tenore di vita e indebolirà la leadership degli Stati Uniti nel mondo. Infine ci sono problemi come la povertà cronica tra i neri sotto-istruiti, un’alta disoccupazione che forse non è solo ciclica, la decadenza delle nostre infrastrutture, gli insufficienti investimenti nella scuola, il cambiamento climatico”.

Un elenco drammatico, più che sufficiente per giustificare lo stato depressivo – in senso clinico – dell’umore nazionale. Il magazine Time sceglie di dedicare la copertina all’ottimismo della ragione. Il titolo è “Come ricostruire il Sogno Americano”. Ma la speranza si esaurisce nel titolo. Già l’immagine che gli fa da sfondo lancia il messaggio contrario: è la foto di una casa circondata da erbacce e una cinta di paletti in disfacimento, il simbolo dei milioni di abitazioni abbandonate, per la crisi dei mutui e i pignoramenti giudiziari dei debitori insolventi.

L’apertura del reportage su Time è affidata all’editorialista più prestigioso, Fareed Zakaria, una grande firma del giornalismo americano ma di origine indiana. Ed ecco cosa scrive Zakaria: “Quando viaggio dall’America all’India in questi giorni mi sembra che il mondo si sia capovolto. Sono gli indiani a brillare di speranza e fiducia nel loro futuro. Il 63% degli americani invece è convinto che non riuscirà a mantenere il proprio tenore di vita attuale. Ma quel che è ancora più inquietante, è che gli americani sono diventati terribilmente fatalisti sulle loro prospettive future. Questa nazione che sembrava convinta di poter sempre riuscire in ogni sfida, ora è convinta che non ce la farà”. Fatalismo? Non era un termine che associavamo al Dna degli Stati Uniti d’America.

È il rovesciamento brutale del più celebre slogan lanciato da Obama nella sua trionfale campagna del 2008: “Yes We Can”. Quella descritta dalla Brookings Institution, dal Washington Post e da Time è l’America del “No, We Can’t”, una nazione stravolta in un solo biennio. Di fronte a un cambiamento di atmosfera così profondo e radicale, il processo a Obama è inevitabile e infatti è già iniziato.

Le accuse sono diametralmente opposte, inconciliabili. Da sinistra gli rimproverano i troppi compromessi, che avrebbero tradito gli ideali di cambiamento: riforma sanitaria, nuove regole per Wall Street, Afghanistan, altrettante delusioni. La destra lo descrive come un ideologo radicale dell’intervento pubblico, che ha dissipato risorse, ingigantito la burocrazia federale, ipotecando il futuro del paese sotto una montagna di debiti. Sentiremo ripetere questi argomenti nei prossimi giorni, fino alla nausea. Ma il processo agli ultimi due anni non è necessariamente il modo migliore per capire i prossimi due.

Mercoledì mattina, appena chiariti i risultati delle elezioni di mid-term, sarà di fatto il primo giorno della campagna elettorale per le presidenziali del 2012. Una battaglia dove ancora una volta tutto si giocherà sull’economia.

Il premio Pulitzer David Broder la riassume così: “Se Obama non riesce a rilanciare la crescita prima del 2012, non sarà rieletto. La stessa recessione che ebbe un ruolo determinante per portarlo alla Casa Bianca nel 2008, ha lasciato un’eredità che può costargli la riconferma tra due anni. Il guaio è che nessun governo ha il potere di controllare il ciclo economico. L’economia non si lascia comandare dalla politica. Su questo terreno, anche se Obama sembra molto superiore ai suoi potenziali avversari di ambedue i partiti, non ha dei vantaggi: può analizzare correttamente le forze d’inerzia dell’economia, non può dominarle”.

Ma gli stessi repubblicani devono guardarsi dal sopravvalutare la vittoria di domani. L’indagine della Brookings è chiara: gli americani “sfiduciano” l’intero Congresso (destra e sinistra) ancor più del presidente: solo il 19% dà un giudizio positivo dei parlamentari nel loro insieme. E dopodomani? “Gridlock” ovvero “paralisi di governo” è lo scenario prevalente per il prossimo biennio: una partita di veti incrociati tra democratici e repubblicani sempre più polarizzati verso le ali estreme. Non una ricetta ideale per il paese che ha perso la fede nel suo futuro.

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