L’AMERICA E IL FALSO MITO DEL LIBERO MERCATO

16 Novembre 2003, di Redazione Wall Street Italia

Oggigiorno a molti paesi emergenti, dall’Indonesia al Messico, viene detto che esiste un certo codice di condotta al quale occorre conformarsi se si vuole raggiungere il successo economico. Il messaggio è chiaro: ecco quanto fanno e quanto hanno fatto i paesi industriali avanzati. Se voi volete entrare nel nostro club, dovete fare lo stesso. Le riforme saranno dolorose e interessi radicati tenteranno di opporre resistenza, ma attraverso una forte volontà politica riuscirete a raccogliere i benefici.

Ogni paese redige una lista di quello che deve essere fatto, e ogni governo è ritenuto responsabile dei risultati. In qualunque paese, il pareggio di bilancio e il controllo dell’inflazione sono in cima alla classifica, così come le riforme strutturali. Nel caso del Messico, per esempio, l’apertura del mercato dell’elettricità, il cui controllo secondo la costituzione è riservato al governo, è diventata la riforma strutturale più richiesta dall’Occidente.

Così gli analisti – irragionevolmente, si sarebbe tentati di dire – lodano il Messico per i suoi progressi nel controllare il suo budget e l’inflazione, ma esprimono critiche per la mancanza di progresso nella riforma del settore elettrico. Come disse qualcuno che era intimamente coinvolto nell’allestimento delle politiche economiche negli Stati Uniti: «Sono stato sempre colpito dalla divergenza fra le politiche che l’America “suggerisce” ai paesi in via di sviluppo e quelle che pratica essa stessa».

E non si tratta solo degli Stati Uniti: la maggior parte dei paesi sviluppati o in via di sviluppo di successo persegue le stesse politiche «eretiche». Per esempio, entrambi i partiti politici americani accettano la nozione che quando un paese è in recessione, non solo è permesso, ma anche desiderabile registrare deficit pubblici. Tuttavia a livello planetario ai paesi in via di sviluppo si dice che le banche centrali dovrebbero concentrarsi esclusivamente sulla stabilità dei prezzi.

La banca centrale americana, la Federal Reserve, ha invece il mandato di «bilanciare» la crescita, l’impiego e l’inflazione – e si tratta di un mandato che gli assicura un ampio sostegno popolare. Mentre i sostenitori del libero mercato si ergono contro la politica industriale, negli Stati Uniti il governo sostiene attivamente le nuove tecnologie, e lo sta facendo da molto tempo.

La prima linea telegrafica fu costruita dal governo federale statunitense fra Baltimora e Washington nel 1842; la rete Internet, che sta cambiando così radicalmente l’economia odierna, è stata sviluppata dai militari americani. Molti dei moderni progressi tecnologici americani sono basati su ricerche finanziate dal governo nei settori delle biotecnologie o della difesa.

Allo stesso modo, mentre a molti paesi viene detto di privatizzare la sicurezza sociale, il sistema pubblico americano di sicurezza sociale è un sistema efficiente (la cui affiliazione costa una frazione delle offerte private) e i suoi beneficiari si comportano in modo molto responsabile nei suoi confronti. Il sistema è stato inoltre essenziale nell’eliminazione della povertà fra gli anziani americani.

Ora il sistema di sicurezza sociale americano è confrontato con una mancanza di risorse, ma lo stesso vale per i sistemi privati. E il sistema pensionistico pubblico ha fornito agli anziani una sicurezza – sia contro l’inflazione sia contro le variazioni dei mercati azionari – che il sistema privato finora è ancora lontano dall’offrire.

Allo stesso modo, molti aspetti della politica economica americana contribuiscono significativamente al successo degli Stati Uniti, ma sono raramente menzionati nelle discussioni sulle strategie di sviluppo. Per oltre un secolo, gli Stati Uniti hanno avuto forti leggi anti-trust, che hanno infranto i monopoli in molti settori, come quello petrolifero. In alcuni paesi emergenti, i monopoli nelle telecomunicazioni stanno soffocando lo sviluppo di Internet e quindi stanno frenando la crescita economica. Altrove, i monopoli al commercio stanno privando i paesi dei vantaggi della competizione internazionale, mentre i monopoli del cemento fanno aumentare significativamente i prezzi delle costruzioni.

Il governo americano peraltro ha giocato un importante ruolo nello sviluppo dei mercati finanziari statunitensi – fornendo crediti direttamente o attraverso società controllate e garantendo parzialmente un quarto o più di tutti i prestiti. Fannie Mae, l’entità creata dal governo responsabile di fornire prestiti ipotecari per la classe media americana, ha aiutato ad abbassare i costi delle ipoteche e ha giocato un ruolo determinante nel fare degli Stati Uniti uno dei paesi con la più larga percentuale di proprietari privati della propria abitazione.

Lo Small Business Administration ha fornito i capitali per aiutare le piccole e medie imprese, alcune delle quali, come Federal Express, sono cresciute fino a diventare dei gruppi importanti creando migliaia di posti di lavoro. Inoltre, oggi i prestiti del governo federale statunitense agli studenti sono fondamentali per assicurare che tutti gli americani abbiano accesso alla formazione universitaria, proprio come anni fa, fu fondamentale l’aiuto del governo per portare l’elettricità a tutti gli americani.

Occasionalmente, gli Stati Uniti hanno fatto qualche esperimento con l’ideologia del libero mercato e la deregolamentazione, a volte con effetti disastrosi. La deregolamentazione delle casse di risparmio Savings and Loans portò ad una massiccia ondata di fallimenti bancari che costò ai contribuenti americani diverse centinaia di miliardi di dollari e contribuì alla recessione economica del 1991.

Per questo al Messico, all’Indonesia, al Brasile, all’India e ad altri paesi emergenti bisognerebbe lanciare un messaggio molto diverso: «Non lottate per una mitica economia di mercato, che non è mai esistita. Non seguite il panegirico degli interessi particolari americani, sia in ambito societario sia finanziario, perché, sebbene loro predichino il libero mercato, in casa loro fanno affidamento invece sul governo per raggiungere i loro obbiettivi».

Al contrario le economie in via di sviluppo dovrebbero guardare attentamente, non a quello che gli Stati Uniti dicono, ma a quello che fecero negli anni in cui assursero a potenza economica, e a quello che fanno oggi. Ci sono importanti somiglianze fra queste politiche e le misure attivistiche applicate dalle economie di grande successo del Sud-Est asiatico negli ultimi due decenni.

* Premio Nobel per l’economia, professore di Economia alla Columbia University, già consigliere economico del presidente Clinton, già vicepresidente della Banca Mondiale.

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