L’ AMERICA CORRE FUORI TEMPO MASSIMO

1 Ottobre 2005, di Redazione Wall Street Italia

*Paul Craig Roberts e’ un opinionista conservatore, professore al dipartimento John M. Olin dell’ Institute for Political Economy, research fellow all’ Independent Institute e ricercatore senior della Hoover Institution, Stanford University. Ex direttore e columnist di The Wall Street Journal, scrive regolarmente per Creators Syndicate e per Investors Business Daily. Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – George W. Bush passerà alla storia come il presidente che più di ogni altro ha perso tempo con cose inutili mentre il proprio paese ha perso il proprio status di superpotenza mondiale.

Bush si è servito delle armi dell’inganno e dell’isteria per condurre l’America in una guerra che la sta uccidendo economicamente, militarmente e diplomaticamente. Una guerra che si sta combattendo grazie a centinaia di miliardi di dollari presi in prestito all’estero. Una guerra che sta insanguinando le truppe militari. Una guerra che ha fatto perdere agli Usa la propria cosiddetta “leadership morale” e li ha esposti all’esercizio di un potere aggressivo e sconsiderato.

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Intenta nella macchinazione della “guerra al terrorismo”, l’amministrazione Bush ha deviato le risorse economiche dalle dighe di New Orleans all’Iraq, con il risultato che adesso ci si ritrova con un fattura di ricostruzione di 100 miliardi di dollari in cima alla lista delle spese di guerra.

Gli Usa sono così a corto di truppe che i neoconservatori stanno sostenendo con forza l’ipotesi di affidarsi a mercenari stranieri, pagati dai cittadini statunitensi.

Gli sforzi degli Stati Uniti per isolare l’Iran sono stati vanificati dall’azione congiunta di Russia e Cina, due potenze nucleari verso le quali Bush non può permettersi di fare il prepotente.

La guerra in Iraq ha avvantaggiato tre beneficiari: al-Qaeda, l’Iran, l’industria bellica Usa e gli amici di Bush e di Cheney che ricevono contratti milionari.

Tutti gli altri hanno perso.

La guerra ha donato ad al-Qaeda nuove reclute, prestigio e un terreno di addestramento.

La guerra ha unito in alleanza l’Iran alla maggioranza sciita irachena.

La guerra ha incrementato i profitti del settore industriale militare e delle imprese di ricostruzione a spese di 20.000 tra morti e feriti nei soldati Usa e decine di migliaia di civili iracheni complessivamente colpiti.

Il partito repubblicano ha perso, perché il suo pregiudiziale sostegno al conflitto non è condiviso dall’opinione pubblica.

Il partito democratico ha perso perché, malgrado la contrarietà della maggior parte dei propri rappresentanti, nei confronti della guerra si dimostra codardamente acquiescente, rendendosi un’entità politica irrilevante.

Recenti sondaggi evidenziano che la maggioranza dei cittadini statunitensi crede che gli Usa non riusciranno a vincere la guerriglia irachena. La maggioranza è a favore del ritiro e al dirottamento delle spese belliche verso la ricostruzione di New Orleans. Nonostante l’evidenza della volontà popolare, i repubblicani continuano a sostenere una guerra sgradita.

Fatta eccezione per Cynthia McKinney e per John Conyers, i Democratici hanno completamente ignorato la manifestazione di Washington contro la guerra del 24 settembre scorso. Il partito democratico sembra essere legato agli stessi gruppi d’interesse che condizionano il partito repubblicano, e sta rifiutando l’opportunità offerta dalla maggioranza dei cittadini americani che chiedono di essere rappresentati da uno schieramento politico a favore del ritiro dall’Iraq.

L’amministrazione Bush sta sforando i propri bilanci per una cifra attorno ai 1000 miliardi di dollari all’anno. Il deficit federale si aggira sui 500 miliardi di dollari. Il deficit commerciale degli Usa sta raggiungendo i 700 miliardi di dollari.

Il deficit di bilancio viene finanziato da governi stranieri, asiatici in particolare, che ora, semmai volessero decidere di fare uso del potere che George Bush ha conferito loro, vanterebbero sufficiente potere contrattuale verso gli Usa da influenzarne l’andamento dei tassi d’interesse e il valore del dollaro.

Il deficit commerciale viene finanziato trasferendo la proprietà Usa di determinati flussi di risorse attuali e future a soggetti stranieri, compromettendo il benessere sociale generale per la perdita di ricchezza accumulata.

È prevedibile che la Cina incrementerà la propria disponibilità di risorse Usa trasferite, impossessandosi dei mercati statunitensi, attraendo l’industria manifatturiera Usa grazie a fittizi tassi valutari e all’acquisizione della stessa tecnologia americana.

La strategia cinese consiste nel sopravvalutare il dollaro per incoraggiare il trasferimento delle risorse economiche dagli Stati Uniti alla Cina, una tecnica che comprime i tassi d’interesse Usa ad un livello artificialmente basso.

Il valore dei titoli azionari e dei bond americani dipende dal sostegno che le politiche economie dei paesi asiatici forniscono al dollaro e ai tassi Usa.

Nel momento in cui l’Asia realizzerà il proprio obiettivo in termini di primato manifatturiero, innovazione e ricerca & sviluppo, la strategia cambierà. Una volta che la Cina avrà completato la propria acquisizione di know-how statunitense, non avrà più ragione di sostenere la crescita del dollaro.

Quando il dollaro cadrà, costi, profitti, tassi d’interesse e, quindi, standard di vita, si modificheranno drammaticamente. I costi e i tassi d’interesse cresceranno; i profitti, gli standard di vita e di equità sociale precipiteranno.

Queste spiacevoli controindicazioni per attuarsi attendono solo la decisione dei giganti asiatici di tagliare il sostegno al risanamento dei bilanci Usa. Ciò accadrà solo quando questo sostegno non rientrerà più fra gli interessi degli stessi paesi asiatici.

Quando l’Asia affosserà il dollaro, il governo Usa comprenderà che la propria politica fiscale e la propria politica monetaria non forniranno rimedi per scampare alle drammatiche conseguenze.

Rispetto allo stato del budget degli Usa e al deficit commerciale, il terrorismo diventa un problema minore. Il pericolo incombente è che ora gli Stati Uniti potrebbero fronteggiare la perdita da parte del dollaro del proprio ruolo di valuta di riserva. Sarebbe una grave degenerazione, dalla quale il paese non si riprenderebbe.

Un governo intelligente realmente interessato alla sicurezza del proprio paese troverebbe un modo ragionevole di affrontare queste criticità economiche ed evitare che, prima o poi, il deficit degli Usa esploda. La difficoltà delle imprese statunitensi di esportare lavoro e allocare le produzioni all’estero rende ancora più critica la gestione di un budget sconvolto dalla guerra, dai disastri naturali, dall’impatto demografico sul sistema sanitario e sulla sicurezza interna.

Le dinamiche del mercato mondiale stanno rapidamente mettendo a rischio la stabilità politica degli Stati Uniti d’America. Una minaccia più seria di quella che potrebbe mai rappresentare qualsiasi Osama bin Laden di turno.

Per i Democratici e i Repubblicani il tempo per porre fine alla distrazione di una guerra insensata e tornare ad occuparsi dei veri problemi del paese sta sfuggendo di mano.

Fonte: http://www.counterpunch.org/roberts09262005.html

Tradotto da Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media