L’AMERICA
CHE NON CI AMA

17 Dicembre 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Chissà se Silvio Berlusconi avrà parlato a George W. Bush della Fiat? Dalle informazioni ufficiali non risulta. I dossier economici sono stati il dollaro e Agusta Westland (gli elicotteri per la Casa Bianca e per la marina). Sul dollaro il presidente Usa ha detto che lui lo preferisce forte, farà del tutto per aggiustare i twin deficits, ma in ultima istanza decide il mercato.

Quanto alla gara per le commesse elicotteristiche, al massimo può garantire che sia equa e trasparente. Sapendo che, dall’altra parte, c’è Sikorsky, born in Usa e tra i principali finanziatori della campagna presidenziale. GM e Fiat sono entrambe compagnie private, che cosa potrebbero fare i governi? Acquisirle no di certo, forse proteggerle.

Ronald Reagan favorì il salvataggio della Chrysler e Bush padre difese (almeno un po’) le Big Three di Detroit dall’offensiva giapponese. Ma i tempi sono cambiati. Tuttavia, non sarebbe male ricordare a Bush che General Motors non è stata certo amichevole con Fiat. Quando sono cominciate le difficoltà del Lingotto, GM ha svalutato la partecipazione in Fiat auto. Dopo la morte dell’Avvocato e l’uscita di Paolo Fresco, ha praticamente fatto i bagagli.

Yankee doodle.

Quando si parla dell’Italia con un uomo d’affari americano, è tutto un fiorire di sorrisini e di ammiccamenti. Business? Quale business? Semmai si può fare un po’ di «ahum ahum». Alla romana. Che questo sia l’atteggiamento prevalente, lo mostra un’agghiacciante tabella dell’Ice (Istituto per il commercio estero). I capitali americani non vengono in Italia. Nel 2003 gli investimenti diretti ammontavano a 30,417 miliardi di dollari, appena 5,6 in più dell’anno precedente.

La meta preferita, a parte Regno Unito e paradisi fiscali (Olanda compresa), resta la Germania (80 miliardi) seguita dal Giappone (67 miliardi). La Francia con 47 miliardi è al 13esimo posto (l’Italia occupa la 17esima posizione, tocchiamo legno). Sì, la Francia. Nonostante tutte le chiacchiere sul boicottaggio, gli investimenti francesi negli Stati Uniti ammontavano a 143 miliardi, collocando Marianne al quinto posto dopo Gran Bretagna, Giappone, Germania e Olanda. Altro che sanzioni. Le ragioni del business e quelle della politica non sono le stesse. E il mercato molto spesso vede più lontano. Lo dicevano anche i francescani ai quali si deve la prima vera giustificazione teologico-morale del capitalismo (anche se Max Weber non lo sapeva).

Le cifre di Alesina.

Così, la svolta in politica estera e militare è stata accompagnata da una svolta nel flusso di capitali con gli Stati Uniti. Gli investimenti diretti italiani sono risibili (6,695 miliardi pari allo 0,5%). Negli States figurano 650 imprese, ma appena una ventina, scrive Il Sole 24 Ore, posseggono impianti produttivi in territorio americano (tra queste Pirelli, Barilla, Fiat New Holland, Agusta Westland). E’ mancata negli anni la capacità dell’imprenditoria italiana di sbarcare con una rete di vendita, assistenza, servizi. Ed è mancata, sulla nostra sponda, la smentita a quei sorrisini e quegli ammiccamenti. Lo ha detto l’italianissmo Alberto Alesina, professore di economia a Harvard. Al seminario della Confindustria ha inanellato una dopo l’altra le terrificanti defaillances del sistema Italia.

Non è solo il costo del lavoro ad allontanare gli investitori americani. I salari e i contributi tedeschi, in fondo, sono più alti di quelli italiani. E’ la bassa produttività, è la carenza dei trasporti, la lentezza e incertezza dell’amministrazione pubblica, il fatto che ci vogliono 60 giorni (non quattro) per aprire un’impresa e 645 giorni per incassare un assegno in bianco. Una candida domanda al presidente del Consiglio: ha ricordato a Bush che i veri amici si vedono nel momento del bisogno?

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