Kazakhstan: Eni, stop ecologico e problemi fiscali

28 Agosto 2007, di Redazione Wall Street Italia

Tre mesi di sospensione dei lavori: è la sanzione decisa ieri dai ministeri kazaki dell’Ambiente e dell’Energia nei confronti dell’italiana Eni e dell’intero consorzio Agip Kso, titolare dello sfruttamento dei campi estrattivi di Kashagan, il gioiello energetico della repubblica centrasiatica.
L’accusa è di pesanti violazioni alla normativa sul rispetto ambientale, che avrebbero provocato fra l’altro una massiccia moria fra le foche del Mar Caspio. Eni, gestore del consorzio internazionale che include Total, ExxonMobile, Royal Dutch Shell, ConocoPhilips, Impex e Kazmunaigaz, sdrammatizza: “Nei giorni scorsi – ha detto un portavoce – avevamo ricevuto una lettera di composizione amichevole del contratto. Oggi (ieri per chi legge) ad Astana rappresentanti del consorzio incontreranno le autorità locali per analizzare la situazione”. E l’8 ottobre è atteso nella capitale kazaka il presidente del Consiglio, Romano Prodi, che dedicherà alla vertenza gran parte della sua visita ufficiale di due giorni.
Intanto il titolo italiano ha perso quota a Piazza Affari dopo l’annuncio dello stop a Kashagan, che nelle parole del ministro dell’Ambiente, Nurlan Iskakov, potrebbe essere foriero di più pesanti conseguenze: “Nei prossimi giorni – ha detto minaccioso – credo che ci sarà un’evoluzione degli avvenimenti attorno a quei campi petroliferi”.
Il fuoco incrociato da parte del Governo prosegue sul piano fiscale: le dogane del Kazakhstan accusano “alcuni alti funzionari” del consorzio Agip Kso di mancato pagamento dell’Iva sulle importazioni di non meglio precisati beni per un valore di 2,5 milioni di dollari evasi.
Per Kashagan è in ballo, più che una sensibilità ecologica peraltro finora inedita da parte di Astana, un affare miliardario concluso dal consorzio con l’Esecutivo del presidente Nursultan Nazarbaiev negli anni ’90. Un’epoca non certo florida per gli investimenti stranieri nella Repubblica ex sovietica: i termini di quell’accordo oggi vengono giudicati in Kazakhstan troppo generosi in rapporto al potenziale tesoro, stimato in 38 miliardi di barili di greggio, dei campi petroliferi sul Mar Caspio.
L’insoddisfazione kazaka è già stata manifestata nelle settimane scorse dal premier Karim Masimov, che si è lamentato della proroga dal 2008 al 2010 decisa da Agip Kso per l’avvio della piena produzione. Non è piaciuto poi in Kazakhstan l’annuncio di un investimento quasi triplicato, da 57 a 136 miliardi di dollari.
L’accordo originario prevedeva che Astana avrebbe ricevuto, e solo dopo la copertura degli investimenti iniziali, il 10 per cento della produzione: oggi la Repubblica centrasiatica mira al 40 per cento e vuole evitare un’attesa troppo lunga, fra produzione e recupero dei fondi investiti, per mettere le mani su quei profitti.
Un comodo precedente per Nazarbaiev viene dal vicino russo e dal suo gigante energetico Gazprom che, grazie a denunce delle autorità ambientaliste russe, ha finito per ottenere da una preoccupatissima Royal Dutch Shell il pacchetto di maggioranza delle azioni del progetto Sakhalin 2.
Un avvertimento viene però dal Bilancio kazako: il ministro Bakhit Sultanov ha espresso nei giorni scorsi il “serio timore” che ulteriori rinvii su Kashagan, magari per cambio di partner, possano creare una voragine nelle casse statali.