KATRINA: L’ECONOMIA VACILLA, CRESCITA A RISCHIO

1 Settembre 2005, di Redazione Wall Street Italia

L’economia americana vacilla sotto i colpi dell’uragano Katrina e si scopre vulnerabile, proiettando ombre anche sulla crescita mondiale. Le attività petrolifere del Golfo del Messico, dove si concentra il 30% del fabbisogno nazionale, tentano una timida ripresa, mentre prosegue la corsa dei prezzi dei carburanti. In tensione, da ultimo, le quotazioni di generi alimentari come caffé, banane e zucchero, per l’inagibilità del porto di New Orleans, tra i primi cinque negli Usa per movimentazione di prodotti agricoli.

Il presidente George W. Bush, a conferma della gravità del momento, incontra il numero uno della Federal Reserve, Alan Greenspan, per discutere gli effetti di Katrina sull’economia e riunisce, subito dopo, i suoi consulenti per una valutazione preliminare dei danni e delle misure più urgenti da prendere. In una dichiarazione alla nazione, Bush invita gli americani a “essere prudenti” nell’uso dell’energia nei prossimi mesi a causa del dissesto provocato da Katrina sulle scorte petrolifere della nazione. “Non comprate benzina se non ne avete bisogno essenziale”, dice avendo accanto due ex presidenti (il padre George e Bill Clinton). “E’ nostra opinione – aggiunge – che l’uragano abbia portato a una temporanea distruzione che sta per essere affrontata dal governo e dal settore privato”.

Analisi macroeconomiche, come quella sviluppate da Global Insight Research, stimano nella misura dello 0,5-1% la minor crescita del Pil americano nel terzo e nel quarto trimestre in uno scenario di carburanti intorno ai 3 dollari al gallone (3,79 litri) e del petrolio a 75 dollari massimi. Con quotazioni più alte, sul lungo periodo si rischia invece l’azzeramento della crescita nella seconda metà del 2005. Lo scenario peggiore è destinato a penalizzare gli assetti dell’economia mondiale: se da un lato è prematura una previsione puntuale, dall’altro pare certo “un effetto rilevante”.

“E’ sempre più chiaro che l’impatto dell’uragano sulle operazioni del greggio e del gas naturale sarà significativo e più prolungato nel tempo”, commenta Red Cavaney, presidente dell’American Petroleum Institute. Il primo problema da risolvere, sottolinea Ben Bernanke, capo degli economisti della Casa Bianca (e candidato favorito alla successione di Alan Greenspan alla Fed), “é assicurare regolari scorte di carburante, neutralizzando il rialzo dei prezzi e le manovre speculative in azione che non sono peraltro così forti”.

I future sulla benzina salgono al Nymex di 16 centesimi a 2,42 dollari al gallone, mentre alla pompa si registrano oscillazioni schizofreniche in tutto il Paese, con variazioni – sulla base delle rilevazioni più recenti – tra i 3 dollari della California ai 3,46 dollari al gallone registrati nel Massachusetts, per passare ai 3,69 dollari di Chicago fino a un massimo record oltre i 5 dollari in North Carolina. In più, se non saranno assicurati in pieno i rifornimenti, alcuni dei principali aeroporti del sudest del Paese, come quelli di Charlotte, Atlanta (Georgia), Tampa e Orlando (Florida), sono a rischio chiusura per mancanza di carburante.

Il greggio, per altro verso, riesce sia pure a fatica a mantenersi sotto la soglia dei 70 dollari al barile (+0,5% a 69,30 dollari alla chiusura di New York) con il via libera alle riserve strategiche autorizzata dall’Amministrazione Bush a cui Valero Energy ha chiesto – da ultimo – di poter attingere per 1,5 milioni di barili totali. Il terzo maggiore operatore nella raffinazione statunitense ha due impianti in Louisiana, uno a Krotz Spring e Lake Charles per un potenziale di oltre 300 mila barili. “La notizia positiva – osserva ancora Bernanke – è che il blocco delle attività petrolifere nel Golfo del Messico non è destinato a essere permanente”.

Alla riapertura di alcune raffinerie, come quella da 500 mila barili di Baton Rouge della ExxonMobil, si aggiungono quelle delle arterie principali di trasporto del greggio, gli oleodotti Colonial e Plantation, sia pure a regime dimezzato, ma fondamentali per la distillazione attualmente attiva nell’area colpita da Katrina solo per un quarto del potenziale. All’emergenza energetica, si somma quella dell’intero tessuto produttivo, ormai alle corde. Il colosso della distribuzionecome Wal-Mart, a causa della chiusura di 120 centri commerciali (il 3,3% del totale), prevede un brusco calo delle vendite a settembre, mentre per l’intero comparto agricolo gli economisti del Dipartimento dell’Agricoltura stimano a causa di Katrina una flessione dei ricavi 2005 del 13% a 71,8 miliardi.

La Louisiana vale il 20% della produzione di zucchero e, insieme a Mississippi e Alabama, ha una rilevante fetta di produzione del cotone (+65 centesimi l’apertura dei future sulla balla a 1,75 dollari). Con il porto di New Orleans fuori uso e la navigazione sul Mississippi impossibile, il colosso alimentare Cargill ha visto vanificare lo scarico di mais, soia e cereali attesi prima che si abbattesse la furia dell’uragano. Stessa cosa è accaduta alla Chiquita International con i carichi di banane dal Centro America e che ora ha difficoltà logistiche: nei porti che si affacciano sul Golfo del Messico transita il 25% delle importazioni.

Più difficile la situazione per il caffé (+3,8% a 104,95 dollari la quotazione): nei magazzini di New Orleans, secondo il Chicago Board of Trade (Cbot, la più grande Borsa al mondo della negoziazione delle merci), erano stipati 700mila sacchi da 65 chili medi l’uno ora in gran parte inutilizzabili. Le ripercussioni sui consumatori saranno inevitabili sul lungo periodo, ma “se l’emergenza dura 5-10 giorni – spiega ildirettore generale del Cbot, David Lehman – i problemi saranno solo transitori”.