ITALIA VS. CINA

22 Aprile 2005, di Redazione Wall Street Italia

*Sara Silano è Vicecaposervizio di Morningstar in Italia. Il contenuto di questo articolo esprime esclusivamente il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – L’economia cinese galoppa, quella italiana è ferma. L’ex celeste impero esporta; il “made in Italy” perde colpi. Esiste un problema di competitività, che tocca le piccole e medie imprese. S’impone una svolta. Ed è importante che la liquidità presente nel sistema non rimanga infruttifera, ma si traduca in investimenti.

Nel primo trimestre dell’anno, il Prodotto interno lordo (Pil) cinese è cresciuto del 9,5%, battendo le previsioni degli analisti. In Italia, negli ultimi tre mesi del 2004, l’economia ha rallentato (-0,4%) e per l’intero 2005, il Fondo monetario internazionale prevede un’espansione dell’1,5% ben al di sotto delle stime del Pil mondiale (+4,3%).

Le misure adottate dalla Cina per raffreddare l’economia a partire dalla metà del 2003 non sono bastate a frenare l’attività industriale (+16,2% nel primo trimestre 2005), mentre in Italia, come nel resto dell’area Euro, le previsioni sono di stabilità, se non addirittura di un rallentamento. L’ex celeste impero non cresce solo a ritmi impensabili in occidente, esporta anche in quantità sempre maggiori: nei primi tre mesi del 2005 il balzo è stato del 35%, contro un incremento del 6,6% su base annua in Italia per l’intero 2004.

Sul rischio di un’invasione dei prodotti cinesi è suonato da tempo il campanello d’allarme nel Vecchio continente. Sono di questi giorni le tensioni con Pechino nel settore del tessile-abbigliamento, dopo che la Commissione europea ha approvato le linee direttrici per attuare misure di salvaguardia contro le importazioni dal Paese asiatico. Ma il problema è di più ampia portata perché è un problema di competitività, che tocca non solo le grandi aziende, ma anche quelle medio-piccole che sono circa 3,5 milioni e costituiscono l’ossatura del tessuto industriale italiano.

Di fronte alla concorrenza di prodotti a basso prezzo e di qualità accettabile, s’impone un cambiamento nella direzione di una maggior qualità e capacità innovativa. La crescita dimensionale è considerata da molti un passaggio obbligato, perché per fare investimenti servono ingenti risorse finanziarie, così com’è importante far sì che la liquidità disponibile sul mercato serva per sostenere lo sviluppo delle imprese. Insomma, è necessario, anche in questo campo, far incontrare l’offerta con la domanda.

Borsa italiana ha promosso recentemente un incontro tra la comunità finanziaria e le società di piccole-medie dimensioni quotate sui listini Star e techStar, riservati ai titoli ad alti requisiti. Lo scopo era offrire agli investitori l’opportunità di fare il punto sui risultati raggiunti e le prospettive future in questo segmento, la cui capitalizzazione è cresciuta del 17% nell’ultimo anno toccando quota 17 miliardi di euro. E’ prassi diffusa, inoltre, tra i gestori di fondi mid e small cap incontrare l’azienda prima di inserirla in portafoglio, perché la strategia utilizzata è basata sulla selezione del singolo titolo (stock picking) più che sull’analisi a livello macro.

E’ auspicabile che le occasioni di incontro tra investitori istituzionali e piccole e medie imprese italiane aumentino. Ai primi danno l’opportunità di migliorare lo stock picking e quindi creare valore aggiunto rispetto alle performance degli indici di riferimento; alle seconde di ottenere adeguate risorse per innovare e competere sui mercati internazionali senza rimanerne schiacciate.

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