Italia: un paese in cui il welfare è in mano ai nonni

3 Gennaio 2014, di Redazione Wall Street Italia

MILANO (WSI) – La prossima volta che andate al supermercato, conviene dare una sbirciatina ai carrelli degli avventori, diciamo così, più agée. E con qualche sorpresa si scoprirà che, sempre più spesso, nelle sporte degli ultracinquantacinquenni, tra la pasta e i detersivi, spuntano pannolini per bebè e biscotti per l’infanzia.

Nessun errore: è l’effetto di quello che i sociologi chiamano «welfare generazionale». I nonni non si limitano più a dare un aiutino ogni tanto. No, vanno oltre e fanno la spesa per i figli, comprando i prodotti per i nipotini che non sempre, non più, i genitori si possono permettere.

Una ricerca condotta da Nielsen e resa nota da Conad mostra come le famiglie mature e anziane acquistino il 14,7% del totale dei pannolini. Un anno fa tale dato era al 12,5%. Le salviette umidificate per l’infanzia? Per il 26,1% le comprano i nonni, un anno fa la quota acquistata da questa categoria di clienti della grande distribuzione era del 23,7%. E ancora: i prodotti per la cura della pelle dei pupi è un affare per nonni nel 23,8% dei casi, nel 2012 eravamo tre punti percentuali sotto tale dato. È un crescendo che tocca l’apice con i biscotti per l’infanzia: quasi un terzo del mercato lo fanno gli ultrasessantenni. Per la precisione il 29,7%, contro il 27,6% di un anno fa. È solo un aspetto, questo, delle persistenti difficoltà delle famiglie che rende manifesto come la crisi continui a mordere.

Cresce la spesa per verdura fresca confezionata, uova, merendine, tonno sottolio, decorazioni per torte e formaggi fusi e a fette. Ma nel contempo si tira la cinghia sul latte fresco come sull’olio extravergine. Per fortuna a compensare i cali nelle spese per yogurt, pesce, carta igienica, succhi di frutta, pizze e snack surgelati ci sono sempre loro, i nonni.

Insomma, come spiega Francesco Pugliese, direttore generale di Conad, «il welfare familiare è andato oltre, ora interviene direttamente nella spesa».

Un segnale di ulteriore difficoltà di un anno che operatori come Pugliese definiscono uno di quelli più difficili della grande distribuzione e che vede la gente tornare all’essenzialità. La decrescita infelice, potremmo definirla. Negli ultimi due anni si è accentuata la tendenza a risparmiare non solo scegliendo le marche commerciali, i discount e le promozioni. Ma anche e sempre più riducendo i volumi di acquisto. Cresce la rinuncia tout court. Il conto è salato per la grande distribuzione ed è calcolato in circa due miliardi in meno di acquisti nell’ultimo biennio. Da un lato sono meno sprechi, dall’altro sono le rinunce anche per i più piccoli e che richiedono il soccorso della famiglia allargata.

I tagli maggiori alla spesa, dopotutto, già da tempo vengono dalle famiglie più giovani, con il picco tra i nuclei tra i 35 e i 54 anni senza figli. Per loro le rinunce sono nell’ordine del 3,6% su prodotti di largo consumo e freschissimi. Nel complesso la grande distribuzione si appresta a chiudere questo 2013 con un risultato negativo: per la prima volta registra (almeno nei dati fino a ottobre) andamenti negativi sia a volumi (-1,3%, come nel 2012) sia a valore (-0,9%), quando il 2012 si era chiuso con il segno più quanto a valore, sebbene con un debole +0,1%. Questo è anche causato dall’enorme pressione promozionale. Se per l’alimentare (che dovrebbe chiudere a -1,8%, secondo Symphony-Iri) si intravedono alcuni segnali di miglioramento, la tendenza al taglio di spese considerate non fondamentali continua a prevalere, colpendo categorie di prodotti come quello della cura della casa e della persona. La grande notte dei consumi non è finita. Pugliese, per esempio, dà appuntamento per una loro ripresa, ma non prima del 2015.

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