ITALIA ULTIMA RUOTA DEL CARRO.
E CIGOLA PURE

26 Novembre 2006, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Tutti sono contenti perché finalmente è arrivata la crescita. La si aspettava da tanto e ci siamo. Manca ancora un mese alla fine del 2006 e di mezzo c´è l´importante (per i consumi e la produzione) scadenza del Natale, ma i conti possono già essere fatti senza timore di sbagliare.

Quest´anno la crescita sarà dell´1,7-1,8 per cento. Un bel colpo, non c´è dubbio, rispetto allo zero o quasi zero fatto segnare negli anni scorsi. Le aziende lavorano un po´ di più. E gli italiani, nel loro complesso, pagano una montagna di tasse in più (un po´ perché c´è la ripresa, un po´ perché forse hanno davvero paura di Visco). Insomma, la nave Italia ha ripreso il mare e naviga. Tutti contenti, come si diceva.

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Ma naturalmente c´è anche l´altra faccia della medaglia. Non si può dimenticare, nemmeno in un momento tutto sommato felice come questo, che se l´Italia quest´anno fa segnare una crescita dell´1,7-1,8 per cento, la media europea è significativamente più alta: 2,7 per cento. Si torna a crescere insomma (insieme agli altri), ma siamo sempre gli ultimi della classe. E qui vengono a galla tre problemi: due pratici e uno politico.

I due pratici sono appunto che siamo ancora molto lenti e che, se si fa la media degli ultimi sette anni, si scopre che siamo cresciuti al ritmo di poco più dell´1 per cento anno. Esiste cioè un ritardo di competitività da recuperare (siamo ultimi) e esiste un ritardo per la strada che si è fatta fino a oggi (1 per cento di media per sette anni di fila). Insomma, finalmente si è vista un po´ di ripresa, ma siamo sempre l´ultimo vagone del convoglio e abbiamo accumulato rispetto agli altri un ritardo intollerabile.

La questione politica riguarda le due appena accennate. E può essere riassunta come segue: è vero che l´Italia ha svoltato (finalmente c´è la crescita), ma è anche vero che è ancora lì che zoppica, che arranca faticosamente dietro al resto dell´Europa. Non siamo nel gruppo di testa e nemmeno in quello di mezzo. Tutto questo comporta che la politica cambi rapidamente registro. Qui non si tratta di fare grandi dibattiti su come distribuire la poca ricchezza che si riesce a produrre. Qui si tratta di trovare la maniera di riportare l´Italia se non nel gruppo di testa, almeno in quello di mezzo.

Insomma, trovare il modo di imprimere alla nave Italia una velocità di crociera decente. Trovare il modo (politico) di slegare un po´ di più il paese. Paese che risulta ancora schiacciato e soffocato da una serie di fenomeni che potremmo definire come “oneri impropri” (ma pesanti).

Abbiamo un debito pubblico accumulato che ogni anno divora risorse come un gigante affamato. Abbiamo una scuola che costa un occhio della testa in cambio di un prodotto finale (i laureati) miserevole. Abbiamo grandi comparti del paese (dall´energia alle telecomunicazioni) che impongono ancora al consumatore tariffe troppo elevate o servizi modesti. Abbiamo alcune strutture fondamentali (come Alitalia e Ferrovie) che costano un patrimonio e funzionano malamente.

In più abbiamo una vasta schiera di professionisti e artigiani che, forti delle loro posizioni di quasi monopolio (o di corporazione), godono di ricavi di rendita assurdi. Infine, una burocrazia tremenda, se è vero che ci vogliono più di 70 autorizzazioni per aprire una carrozzeria.

Un paese con tutti questi “oneri impropri” non va da nessuna parte. Lo abbiamo visto anche nel corso di questo 2006. Anche in presenza di una forte ripresa mondiale e di un robusta ripresa europea, alla fine non si è arrivati nemmeno al 2 per cento di crescita. E questa era un´occasione, sulla carta, di volare vicino al 3 per cento, come del resto ha fatto l´Europa nel suo complesso.

In sostanza, quindi, nel 2007, a meno che non ci si voglia rassegnare a essere l´ultimo vagone del convoglio, si dovrà mettere mano allo smantellamento della “vecchia Italia”, di quell´Italia, cioè, dove ognuno si è scavato una posizione di rendita e dentro quella campa. In molti casi pagando poco o niente tasse.

Sono abbastanza consapevole che tutto questo comporta una serie di conflitti spaventosi con buona parte del paese. Come sono consapevole che la politica non è fatta da marziani arrivati ieri sera e dotati di superpoteri. Ma veramente siamo arrivati a un momento cruciale. O si smantella la “vecchia Italia” o il nostro destino collettivo è già scritto: si andrà avanti sempre con una crescita di un punto di un punto e mezzo (a seconda degli anni) sotto lo standard europeo.

Si rischia, in parole semplici e comprensibili a chiunque, di finire ai margini dell´Europa e diventare, davvero e per sempre, una sorta di palla al piede dell´Europa. Una sorta di parente malato e un po´ tonto. I numeri del 2006 stanno lì a dimostrarlo.

La strada, quindi, è segnata e chiara: bisogna procedere con una certa crudeltà a smontare tutte le posizioni di rendita, grandi e piccole. Tutto questo comporterà infiniti conflitti. Ma la politica esiste appunto per questo.

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