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ITALIA: PERCHE’ LE NOSTRE AZIENDE NON SI VEDONO

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(WSI) –
Interbrand pubblica, come ogni anno, la graduatoria delle cento marche di maggior valore del mondo, effettuata detraendo i costi di produzione e distribuzione, in modo da catturare solo il valore del bene “immateriale” della marca. In testa alla graduatoria vi è come l’anno precedente la Coca Cola, seguita da Microsoft. Non c’è più al settimo posto la Disney, ora ottava, scalzata dalla Toyota.

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Fra le prime cento, circa la metà sono statunitensi e forse Interbrand non è, al riguardo, del tutto imparziale, perché presenta fra le prime cinque ancora Ibm, sebbene la sua situazione non sia entusiasmante, e al 30° la Ford, casa automobilistica che rasenta il fallimento. L’Italia compare con Gucci, che ha guadagnato sette posti dal 53° al 46°, Bulgari, nuova entrata al 95°, Prada, caduta di dieci posti da 86 a 96, e Armani rientrato a quota 97, dopo essere stato al centesimo posto ed essere successivamente uscito dalla classifica.

Il Sole 24 Ore trae da queste nostre posizioni in graduatoria un doppio motivo di sconforto: perché si tratta solo di quattro marche e perché sono tutte nel “lusso”. Peraltro ora nella classifica ci sono quattro marche italiane, contro le due del recente passato. Inoltre, la definizione di marche del lusso appare riduttiva. Si tratta di marche di prodotti fondati sul design. E nella graduatoria delle cento marche di Interbrand quelle che emergono grazie all’elevato contenuto di design sono numerose, sicché, sotto questo profilo, il caso italiano è tutt’altro che anomalo.

E’ però vero che mentre Ibm è presente nella graduatoria (anche se forse con una posizione troppo elevata) l’Italia non è presente con Olivetti, che in passato nelle macchine per ufficio ebbe una posizione di mercato mondiale alla pari con Ibm e ora è quasi solo una scatola vuota. E fra le case di auto, mentre ci sono società europee come Mercedes, Bmw e Volkswagen, non è presente la Fiat. I grandi gruppi capitalistici italiani, che pure hanno beneficiato di colossali aiuti pubblici e di acquisizioni a prezzi vantaggiosi di imprese statali privatizzate, non sono fra le cento marche importanti del mondo. Il loro potere economico politico domestico è inversamente proporzionale al loro prestigio nell’oceano dei mercati globali.

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