Italia: “Per la ripresa basterebbe abrogare il Fiscal Compact”

30 Luglio 2014, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Un Paese, pare l’Italia, che ha perso la bussola della crescita economica. Qual è la strada giusta da prendere? Sono alcuni anni che abbondano le formule più svariate per far ripartire il motore dell’economia italiana. Da un lato ci sono gli “emergenzialisti” che suggeriscono proposte straordinarie dalle magiche proprietà taumaturgiche: uscire dall’euro, abbattere il debito pubblico vendendo gli immobili, abbattere il debito con una patrimoniale, abbattere il debito rifiutandosi di ripagarne una parte.

Come se i problemi italiani non avessero una componente strutturale destinata a perdurare in assenza di un cambio di marcia profondo. Dall’altro ci sono i c.d. riformisti, che suggeriscono, non sempre in maniera convincente e a seconda delle sensibilità di ognuno, una modifica a: costo del lavoro, lotta all’evasione, dinamiche della produttività, peso della burocrazia, rigidità a licenziare o assumere, costo dell’energia. Come se i problemi italiani non avessero una componente legata all’andamento ciclico dell’economia europea e delle regole che questa si è data per gestirlo.

Ci si soffermi a studiare gli ultimi quindici anni che sono stati, quanto a performance economica del nostro paese, il peggior periodo dall’Unità d’Italia ad oggi. Siccome la crisi internazionale è arrivata solo a metà di questo quindicennio, è ovvio che questa si è sommata in maniera tragica a delle carenze tutte nostrane, figlie di una ritardata percezione dei cambiamenti globali in corso successivi a due eventi epocali: il crollo del muro di Berlino e l’avvio della marcia capitalistica cinese.

Riforme e sostegno ciclico all’economia sembrano dunque ambedue necessari per riavviare la crescita in Italia. Ma vi è un’altra dimensione fondamentale della strategia di ripresa che pare sfuggire ai più: la sequenza temporale di queste due esigenze. L’impianto istituzionale europeo è ormai indirizzato a condizionare eventuali sostegni all’economia alla adozione preventiva di “riforme” da parte dei singoli governi nazionali e spesso a politiche di conti pubblici sempre più in equilibrio. Così la BCE di Draghi condiziona gli aiuti da Francoforte a deficit pubblici sempre più bassi a forza di maggiori tasse e minori spese, mentre la Commissione europea fa intravedere un qualche margine di flessibilità, ma solo a “riforme ben avviate” e senza deviare da un processo di risanamento delle finanze pubbliche. E’ una sequenza che si è rivelata fallimentare: la politica monetaria della BCE con questo suo approccio non muta le aspettative cupe degli operatori economici (se io so che con una mano mi dai e con l’altra mi levi non sento certo sollievo) mentre la politica fiscale fa esattamente l’opposto di quanto si insegna al primo anno di università, levando risorse all’economia proprio quando sono più necessarie. Ingenerando in primis un clima di sfiducia, stagnazione, declino, le riforme non potranno mai avviarsi; proprio perché queste, per avere successo, hanno bisogno di un clima sereno e di risorse per compensare i perdenti.

E’ ovvio che il timing strategico del cambiamento in Europa debba essere rovesciato: prima si interviene a sostegno di chi soffre, riportando il sereno nei Paesi in difficoltà, e prima si rivelerà semplice e fruttuoso il cammino delle riforme. Al “whatever it takes” di Draghi, frase celebre per indicare che si farà tutto quanto il necessario per non affondare, deve ora seguire una nuova fase, quella del “wherever it aches”, del sostegno dovunque ci sia sofferenza. Anche perché, lo sappiamo bene, il migliore credito, quello che viene sempre rimborsato, è quello che nasce da un gesto di solidarietà, che l’Europa purtroppo sembra non avere ancora fatto proprio nel suo DNA.

Per intervenire ovunque vi sia sofferenza c’è bisogno di rimuovere il tappo principale all’avvio di una fase di aiuto concreto alle economie in maggiore difficoltà come l’Italia. Se l’Europa si è dotata di un pilota automatico, chiamato Fiscal Compact, che indica senza se e senza ma il percorso di riduzione del debito pubblico a forza di maggiori tasse e minori spese (anche a casaccio e non chirurgiche, non mirandole ai veri sprechi) è evidente che nell’attuale turbolenza l’aereo europeo rischia di schiantarsi contro la montagna. A meno che non si ridiano le leve del comando al pilota. Il che significa permettere ad ogni Paese membro dell’area euro di adeguare la sua rotta tramite la moratoria a monte sulle riduzioni acritiche di debito e deficit che impone il Fiscal Compact.

Non è pensabile, sfida qualsiasi logica, che l’Italia in questa fase in cui rischia di generare il suo terzo anno di recessione consecutiva, si leghi le mani a colpi di manovre finanziarie che aumentano gli avanzi primari (tasse meno spese al netto degli interessi) dell’1% di PIL annuali (15-16 miliardi). E a nulla varranno le richieste di maggiore flessibilità invocate qui e lì: si parla al più di bruscolini, morfina al paziente che per sopravvivere sotto le macerie della crisi necessita di ossigeno.

Una volta ripreso il controllo dell’aereo, lo ripetiamo, avremo bisogna anche di un buon pilota: sarà quello il momento di avviare le riforme per riportare la società e l’economia italiana al centro del mondo globalizzato, come la precedente generazione ha fatto (sì, è possibile!) con orgoglio, entusiasmo e sacrifici comuni e condivisi all’uscita della seconda guerra mondiale.

Di fronte tuttavia al silenzio che circonda da anni questa ovvia prospettiva per salvare la costruzione europea, abbiamo deciso di non attendere più a lungo che Europa ed Italia sciogliessero la loro ambiguità fatta di ripetute e vuote rassicurazioni. Un gruppo di economisti e giuristi di estrazione culturale diversissima si è trovato unito all’interno di un Comitato Promotore, di cui ho l’onore di essere il responsabile, per una iniziativa referendaria volta ad abrogare delle parti di quella legge (la 243 del 2012) voluta dall’Europa e da Monti che importa il Fiscal Compact in Italia.

Siamo in questi giorni e fino alla fine di settembre in tutte le piazze d’Italia e nei Comuni a raccogliere le 500.000 firme sui 4 quesiti che i nostri costituzionalisti hanno individuato all’interno della legge come abrogabili perché chiedono addirittura maggiore austerità di quanta non ce ne richiede il Fiscal Compact (più informazioni su www.referendumstopausterita.it).

Siamo certi che riusciremo con la nostra iniziativa non solo a rimuovere l’eccesso di zelo montiano che ha voluto più austerità di quanta richiesta dall’Europa ma anche a avviare un dibattito in tutto il Paese e speriamo nel continente su quale tipo di politiche siano la più appropriate per rilanciare il sogno europeo. Nulla di meno è quanto riteniamo necessario.

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