Italia fa ancora in tempo a seguire esempio Spagna?

18 Ottobre 2016, di Daniele Chicca

L’unica cosa che hanno in comune per il momento Italia e Spagna è l’incertezza sul futuro politico dei loro poteri esecutivi, perché invece dal punto di vista economico la quarta e la terza forza economica dell’area euro hanno intrapreso strade opposte.

Se da una parte Matteo Renzi rischia di vedere il suo governo sciogliersi con la vittoria possibile dei No al prossimo referendum costituzionale, dall’altra il premier Mariano Rajoy è alla guida di un esecutivo di transizione. Il leader del partito Popolare di centro destra non può contare su una maggioranza che gli consente di governare e si rischia una terza tornata di elezioni anticipate dopo che gli ultimi due appuntamenti alle urne hanno dato un esito infruttuoso.

In Spagna Rajoy sta raccogliendo i frutti di una serie di riforme, in particolare quella controversa del lavoro del 2012 e quella per mettere in sicurezza il reparto bancario, tutte varate agli albori della crisi finanziaria. In confronto l’Italia è in colpevole ritardo e la crescente mole debitoria unita alla crisi del settore delle banche rischiano di deragliare il tentativo di ripresa.

Va detto che Madrid ha potuto beneficiare di un piano di salvataggio da 41 miliardi di euro per rafforzare il capitale delle sue banche, mentre Roma non ha mai fatto ricorso ad aiuti pubblici europei per correre in soccorso del suo comparto finanziario. Le sofferenze lorde sono di riflesso calate in Spagna, mentre da noi continuavano a crescere in maniera esorbitante. Ormai i crediti deteriorati in portafoglio ammontano a 360 miliardi di euro circa in Italia. In Spagna invece la situazione è talmente serena che alcune amministrazioni locali si possono permettere persino di imporre alle banche una tassa sul bancomat. 

Il balzo delle esportazioni prima e la fiducia nella ripresa dell’economia poi hanno alimentato la domanda nelle categorie spese al consumo e investimenti. Anche il debito pubblico si sta riducendo. L’unica vera nota dolente riguarda l’occupazione e i salari, entrambi ancora su livelli troppo bassi, da economia di secondo piano dell’area euro. Ma per il resto, la Spagna meriterebbe quasi di appartenere a un’altra categoria e non quella dei paesi cosiddetti periferici.

Negli ultimi tre anni, come si vede bene nel grafico qui sotto riportato, il potenziale di crescita economico si è ridotto in Italia, scoraggiando gli investimenti, mentre è aumentato in maniera costante in Spagna. E anche il mercato obbligazionario inizia a percepire e prezzare in maniera diversa i titoli del debito sovrano spagnolo e quello italiano. L’economia italiana è in uno stato così precario, che persino quella spagnola viene considerata una scommessa più sicura.

Fonte: Bloomberg