Italia: a meno di 100 punti base dal punto di non ritorno

31 Ottobre 2011, di Redazione Wall Street Italia

Roma – Siamo al punto di non ritorno. Nonostante gli interventi della Bce sul secondario, i rendimenti del decennale del Tesoro sono a un punto percentuale dalla quota di allarme, che per gli altri stati membri ha fatto scattare il piano di aiuti di emergenza.

Il piu’ grande debitore in Europa puo’ scivolare tra i miasmi dei paesi ClubMed insolventi del circo Piigs. Da quanto Irlanda, Portogallo e Grecia raggiunsero il 7%, la fiducia dei mercati crollo’ definitivamente e da li’ alla soglia di rendimenti a doppia cifra il passo fu breve. Non bisogna dimenticare che a meta’ luglio in soli due giorni il rendimento sul decennale e’ balzato di 60 punti base al 6%. A questi livelli le banche nostrane, creditrici per 192 miliardi di euro verso l’Italia, tremano. Considerando che oltre l’83% del debito pubblico italiano e’ formato da titoli di stato, il livello dei tassi di interesse e’ da tenere costantemente sotto osservazione.

Il problema vero e’ che l’Italia, la sua grande economia – terza forza d’Europa – e il suo debito al 120% del Pil, non possono essere salvati. Non ci sono le risorse. Dev’essere per questo che il Fondo Monetario Internazionale e la Bce stanno rivedendo le misure anti contagio nel disperato tentativo di creare una rete di salvataggio piu’ ampia. Tuttavia nemmeno i finanziamenti di Russia e Cina, pronte a investire miliardi di dollari nell’eurozona usando gli strumenti dell’Fmi, potrebbero bastare.

L’Italia ha uno dei debiti pubblici piu’ alti al mondo, non solo in Europa, e a questo va aggiunta una crescita economica pressoche’ nulla e l’incertezza politica. Tutto cio’ fa di Roma uno dei paesi piu’ vulnerabili al contagio della crisi debitoria in Europa. L’aumento dei rendimenti non fa che rendere più onerosi i finanziamenti per le banche italiane, sotto pressione sui mercati anche a causa dell’ingente quantita’ di debiti statali sottoscritti. E’ un circolo vizioso.

Il 28 ottobre Roma ha venduto 3,08 miliardi di euro di Btp con consegna 2014 a un rendimento del 4,93%, il record assoluto da novembre 2000. Viste le prossime emissioni in programma di 250 miliardi di titoli di stato sul mercato primario, se i rendimenti dovessero rimanere su livelli pari al 6% l’Italia rischia di pagare 5 miliardi in piu’ di interessi rispetto a un anno fa, quando il tasso si attestava al 4%. La durata media del debito e’ alta, pari a 7,9 anni.

Sui mercati il rendimento del decennale e’ tornato a salire sopra il 6% oggi, testando i massimi del 6,10% toccati il 20 ottobre. Nel frattempo lo spread con i bund tedeschi sfiora i 400 punti e il differenziale tra Italia e Spagna aumenta ancora. Prima dell’estate non era cosi’, anzi, Madrid e Roma si trovavano in posizioni invertite e la prossima vittima sacrificale dell’area euro periferica sembrava lo stato iberico. Ma i ritardi della politica nell’avviare misure, uniti all’accelerazione delle speculazioni dei mercati, hanno avuto un impatto negativo sull’Italia, secondo Tito Boeri, professore dell’universita’ Bocconi di Milano. Nel commentare l’ultimo esito negativo dell’asta di Btp (rendimenti per i titoli 2022 balzato al 6,06% record), l’economista Nouriel Roubini ha scritto su Twitter che l’Italia sta pagando un “premio-Berlusconi” sui mercati.

Il differenziale tra come viene percepito il rischio paese italiano e quello tedesco, si sa, produce costi limitati nell’immediato. Ma se questi valori dovessero persistere ne deriverebbero sgravi ingenti per i conti pubblici. Con conseguente aumento di oneri per le casse pubbliche nazionali, costrette a pagare piu’ interessi sui titoli di stato agli investitori.

Gli analisti sono convinti che il Fondo salva stati sia una soluzione temporanea e non definitiva. L’unica struttura e istituzione che ha la capacita’ di fornire prestiti e fare rientrare il rischio di crack e’ la Bce, ma le va dato ufficialmente questo mandato. “Finche’ non si fara’ l’area euro non uscira’ mai dalla crisi del debito”, ha osservato Boeri, intervenuto oggi ai microfoni di Class CNBC.

Val la pena ricapitolare alcuni dati sulla composizione del debito italiano e sull’esposizione delle banche, cosi’ come riportati da Reuters:

– I bond governativi e quelli di breve durata ammontano a circa €1.582,7 miliardi alla fine di giugno, secondo i dati del Tesoro. La loro scadenza media è di 7,09 anni.

– Il debito pubblico dell’Italia alla fine di aprile era di circa €1.890 miliardi, secondo i dati della Banca d’Italia.

– A settembre sono in scadenza circa €46 miliardi di BTP/CTZ, secondo i dati del Tesoro. Da luglio fino a dicembre, scadrà anche un ammontare di circa €176 miliardi di titoli italiani. Un aumento dell’1% dei rendimenti medi dei bond, aumenterebbe di €2 miliardi gli interessi sui bond, secondo le stime di Cyril Regnat, bond strategist per Natixis intervistato da Reuters.

– Circa il 47% del debito italiano 2010 è detenuto da investitori esteri, secondo le stime di aprile del Fondo Monetario Internazionale.

– Le banche italiane hanno circa €192 miliardi di titoli governativi secondo i dati relativi alla fine di maggio, rifacendosi ai dati della Banca d’Italia. Intesa SanPaolo oltre 60 miliardi, MPS 32, una cifra molto piu’ alta del suo cuscinetto di bilancio. Unicredit intanto si prepara a un aumento di capitale.

– Gli analisti di JP Morgan stimano che le banche hanno circa il 6,33% dei loro asset investiti nei titoli di stato italiani, un numero superiore al 5% di bond spagnoli detenuti dalle controparti spagnole. Valore secondo solo al 10% in Grecia.

– Gli analisti stimano che un aumento di un punto percentuale nel costo medio del debito, comporti un simile aumento del costo per le emissioni delle obbligazioni bancarie. Due analisti, che hanno richiesto l’anonimato, hanno affermato che un incremento dell’1% del costo che le banche devono sostenere per le obbligazioni bancarie, tenendo invariati altri fattori, porterebbe a un calo degli utili per azione tra il 5% e il 10% per le banche. L’impatto sarebbe maggiore per gli istituti più piccoli. Gli effetti nel 2011 sarebbero minimi, ma con il tempo si farebbero sentire.

– Gli analisti di JP Morgan prevedono che le banche italiane avranno bisogno di €53 miliardi per rifinanziare obbligazioni che matureranno l’anno prossimo.

– Il settore assicurativo e pensionistico italiano, da €600 miliardi, ha aumentato gli investimenti in bond governativi del 10% negli ultimi 3 anni, portandolo al 32% degli asset, secondo le stime di JP Morgan. Più del doppio rispetto ai numeri in Francia e circa 3 volte tanto in Spagna o in Germania.