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Israele-Libano: effetti economici della guerra

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Le guerre, si sa, non sono fatte soltanto di razzi, bombardamenti e morti. Si può anche vincerle sul campo e poi perderle sui mercati finanziari o in economia. E Israele non fa eccezione. A poche settimane dall’inizio del conflitto solo il dànno finanziario che l’industria manifatturiera subisce nel Nord del Paese è stimato intorno ai 2 miliardi di shekel (poco meno di 355 milioni di euro) e sono in evidente crescita le pressioni dei datori sui dipendenti nel tentativo di farli tornare al lavoro e limitare i danni scongiurando ulteriori perdite. Per Business Data Israel il bilancio è tutt’altro che rassicurante: secondo i dati, i profitti delle realtà imprenditoriali israeliane fanno registrare perdite per circa 630 milioni di shekel ogni giorno (quasi 112 milioni di euro). Shraga Brosh, presidente dell’Associazione manifatturiera israeliana, invita il Governo a trovare il modo per rifondere i datori di lavoro dei danni causati dalla guerra. In caso contrario, infatti, centinaia di piccole e medie imprese non avrebbero di che pagare i dipendenti e finirebbero letteralmente per crollare. Ma, rincara la dose Brosh, il Governo “non ha ancora trovato una soluzione pratica” alle difficoltà e ai pericoli che datori e dipendenti si trovano a fronteggiare. Insieme a Ofer Eini, presidente della principale organizzazione sindacale israeliana Histadrut, Brosh stila dunque una proposta per una bozza di legge che prova a suggerire soluzioni ai problemi delle imprese e dei lavoratori nella zona teatro delle ostilità. La proposta è presentata e discussa alcuni giorni fa con Koby Haber, responsabile della pianificazione finanziaria per il ministero delle Finanze, il capo del Fisco, Jacky Matza, e con Gabriel Maimon, direttore generale del ministero dell’Industria, commercio e lavoro con un elenco dettagliato di tutte le realtà in condizione di ricevere un indennizzo.
Per Avi Borenstein, amministratore delegato di Saltex, un’industria manifatturiera che produce uniformi per l’esercito e che dà lavoro a circa 150 persone nel Nord del Paese, è “una vergogna” che non si stia facendo di più e, come spiega al Jerusalem Post, che l’industria venga “abbandonata a se stessa. Ho fatto pressioni sui mie dipendenti affinché tornino al lavoro, ma a tutt’oggi soltanto dieci su quaranta sono tornati al proprio posto nell’impianto di Haifa”, aggiunge. Secondo stime del Chief Financial Officers Forum, la percentuale media di assenza dal posto di lavoro nella zona Nord di Israele (e non soltanto nelle aree prese di mira dagli attacchi missilistici, ma anche in quelle limitrofe) va dal 30 al 100 per cento. Anche secondo il Forum, la decisione del Governo di non impegnarsi a estendere il proprio impegno a copertura dei danni indiretti subiti dalle imprese costringe queste ultime ad adottare una linea molto più dura nei confronti dei dipendenti nel tentativo di limitare quanto più possibile i danni. Il Governo, dal canto suo, proibisce il licenziamento dei dipendenti che non si sono recati al lavoro a causa dei missili Katyusha o delle istruzioni dell’esercito. Certo, secondo il ministro delle Finanze, Avraham Hirchson, alcuni cambiamenti nel budget si renderanno necessari a causa della situazione della sicurezza e il conflitto che ancora non accenna a placarsi, ma mette anche enfaticamente l’accento sul fatto che qualsiasi cambiamento nelle priorità deciso a causa della guerra sarà effettuato all’interno del budget, che “non verrà spostato né aumentato”, dato che, osserva Hirchson, i parametri macroeconomici su cui il bilancio di previsione del 2007 è fondato non cambieranno.