Islandesi si riappropriano delle risorse e limitano mandati presidente

22 Ottobre 2012, di Redazione Wall Street Italia

New York – Dopo essere usciti dalla crisi finanziaria del 2008 facendo cadere il parlamento e ottenendo che i contribuenti non pagassero per gli errori commessi dalle banche, gli islandesi hanno dato un’altra prova di civilita’.

Questa volta non tramite proteste contro le autorita’, bensi’ attaverso il sistema simbolo della democrazia: un referendum. Spingendo per la ristrutturazione della legislazione nazionale con un voto popolare, l’Islanda ha fatto un altro passo importante verso l’equita’ di trattamento tra poteri forti e cittadini.

La gente d’Islanda, che con le sue pressioni era riuscita a ottenere le dimessioni in blocco del parlamento e a mettere sotto processo il presidente nel 2009, ha espresso la volonta’ di entrare in possesso di una quota piu’ significativa dei proventi derivanti dalle risorse naturali del paese, come energia geotermica e pesca, cosi’ come di limitare a tre il numero di mandati del presidente (la legge attuale gli consente di servire i cittadini a tempo illimitato).

Il collasso delle banche indebitate fino al collo ha spinto i cittadini a pretendere un cambiamento drastico della costituzione, in particolare dopo le accuse di connivenza tra elite politica e aziendale.

Domenica gli islandesi hanno votato a grande maggioranza in favore di una proposta per la riscrittura della costituzione elaborata da un consiglio costituzionale composto da 25 cittadini, i quali avevano precedentemente consultato il popolo sui social media: questa si’ che si chiama democrazia.

I legislatori non sono ora obbligati a seguire le indicazioni emerse dall’esito del voto alle urne. Ma la risposta data alle sei domande per cambiare il testo formato da 114 articoli e scritto nel 1944 – che si ispira a quella danese del tempo – dovrebbe riuscire a modificare quello che e’ un insieme di leggi giudicate da molti ormai anacronistiche. L’Islanda e’ stata una colonia danese.

Il paese nordico, la cui economica dipendeva fortemente dalla finanza, e’ stato travolta da una crisi esplosa nel 2008 – coda della marea dei mutui subprime innalzatasi negli Stati Uniti – a cui ha fatto seguito una fase di pesante recessione economica. Gli asset del settore bancario nazionale sono cresciuti da circa il 96% del pil nel 200 all’800% a fine 2006. Alla vigilia dello scoppio della bolla, valevano circa 10 volte il Pil.

A gennaio 2009 il parlamento collasso’ sotto i colpi delle proteste dei cittadini, scatenate dall’impatto di una crisi non piu’ insostenibile per la popolazione.

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