Irlanda: il bailout è stato un grande errore. Rischio di default inevitabile

18 Maggio 2011, di Redazione Wall Street Italia

Roma – Dalle prime pagine dei giornali ai telegiornali, per finire poi all’interno dei vari panel europei, la protagonista è stata nelle ultime settimane sempre la Grecia (alternata al Portogallo, con la notizia dell’accordo sul bailout). L’Irlanda è rimasta così dietro le quinte, e gli investitori hanno forse pensato che il parlarne di meno fosse sinonimo di stabilizzazione della situazione.

Niente di più sbagliato, come ha fatto notare Morgan Kelly, professore di economia presso la University College Dublin, in un editoriale scritto sull’Irish Times.

Due sono i punti inconfutabili per il docente. Il primo, è che gli aiuti che sono stati erogati al paese celtico sono stati un errore. O meglio, un vero e proprio fallimento. Il secondo punto, ma non per importanza è che, a meno che non verranno attuate determinate misure – e su tale questione Kelly è molto scettico – l’Irlanda, paese che ha “costruito la sua reputazione presentandosi come un contesto sicuro in cui fare business”, cadrà inevitabile in default.

E’ solo questione di tempo. L’insolvenza irlandese, precisa infatti il professore, da questione economica si è trasformata in una questione aritmetica. Se tutto andrà secondo i piani, entro il 2014 il debito del governo sarà vicino a quota €250 miliardi di dollari: di fatto, su ogni unità della forza lavoro graverà un debito di €120.000, con la somma astronomica totale che sarà superiore del 60% al Pil.

E’ dunque allarme rosso per le casse irlandesi, nonostante gli aiuti ricevuti: l’Irlanda potrebbe essere la prima testa a cadere e, tra l’altro, proprio per colpa del bailout?

“Il solo obiettivo per cui è stato attivato il salvataggio per l’Irlanda è stato quello di spaventare la Spagna”, ha affermato Kelly. Era questo l’intento dell’Unione europea: e sotto questo punto di vista, l’obiettivo è stato forse centrato,in quanto la penisola iberica si è davvero impaurita. E’ insomma alla Spagna, insomma e ai problemi che gravano sulle sue casse e soprattutto su quelle delle sue banche, che l’Unione europea e la Bce hanno pensato quando hanno “salvato” l’Irlanda: lo spettro di un salvataggio di un sistema finanziario grande come quello spagnolo risulterebbe infatti così politicamente complesso e talmente costoso da un punto di vista finanziario, che sarebbe considerato soltanto in “extremis”, al fine di evitare il collasso totale dell’Eurozona.

Dunque, ecco l’avvertimento lanciato agli spagnoli attraverso l’Irlanda. C’è stato però davvero un errore, anzi, una serie di errori: un bailout più o meno serio avrebbe tentato di colmare il rosso del sistema finanziario irlandese, dando una mano prima di tutto alle banche. Invece queste ultime sono state ignorate e hanno continuato ad accumulare forti disavanzi.

Da allora è passato del tempo e i risultati di quel salvataggio, arrivato lo scorso novembre, sono sotto gli occhi di tutto: intanto, il rating sul paese è appena un gradino al di sopra di quello spazzatura, e in più i problemi degli istituti di credito irlandesi stanno colpendo anche i depositi delle famiglie.

“Ci siamo imbarcati in uno stupido gioco passandoci l’un l’altro la parcella dell’insolvenza: prima dalle banche allo stato irlandese, poi dallo stato di nuovo alle banche e alle companie assicurative”. La Bce guardò con favore ai finanziamenti erogati all’Irlanda, sicura che le banche che avevano erogato prestiti ad Anglo e Nationwide sarebbero state ripagate.

Quanto è accaduto, invece è che le banche che hanno erogato prestiti al governo irlandese stanno rischiando di perdere la maggior parte di quello che hanno prestato. Il piano originale non ha così funzionato: le autorità europee avevano sperato che alla fine i portafogli di prestiti delle banche irlandesi sarebbero stati venduti inoltre per raccogliere fondi necessari per la restituzione dei prestiti. Peccato però che le banche straniere ritengono che molti di questi prestiti, soprattutto mutui, alla fine cadranno in default e non sono dunque affatto interessate.

Cosa si può fare a questo punto per evitare il peggio? Per Kelly, la prima cosa per l’Irlanda è allontanarsi dal sistema bancario restituendo gli asset Nama alle banche stesse, e ritirando le sue promissory notes (ovvero i vari pagherò cambiario internazionali) dagli istituti. A questo punto la stessa Bce si troverebbe di fronte a una verità economica di base che dovrebbe già conoscere: se si erogano €160 miliardi a banche insolventi che sono garantire a loro volta da uno stato insolvente, si finisce di essere creditori e si diventa direttamente proprietari. E questo permette di sostituire la parola “Emergency Loan”, con quella di “Capitale”.

A questo punto, il governo irlandese potrebbe tagliare il suo debito a un livello molto più tollerabile di €110 miliardi e la Bce non potrebbe fare nulla contro le banche irlandesi, in quanto una risposta sbagliata scatenerebbe un panico catastrofico in Spagna e in tutta Europa.

Il secondo strumento di sopravvivenza è portare ovviamente il bilancio del governo immediatamente in pareggio. Iniziando con il tagliare i salari. “Ricorrere ai finanziamenti in modo che i cittadini senior come me possano continuare a godere di salari doppi rispetto alla maggior parte delle controparti europee, non ha senso, sia da un punto di vista macroeconomico che altro”, riconosce lo stesso professore.

Agendo in tal modo, l’attenzione si sposterebbe sul fatto che i problemi irlandesi “derivano quasi interamente dalle attività di sei banche e che dunque “dobbiamo liberarsi da queste istituzioni velenose”.

Tutto questo, tuttavia, secondo il professore di economia, non accadrà in quanto i politici irlandesi continueranno a seguire le disposizioni di Bruxeless, anche se di mezzo c’è la sopravvivenza della nazione.