IRAQ: ANCHE
L’ECONOMIA
TRA LE VITTIME

1 Aprile 2003, di Redazione Wall Street Italia

Tra le vittime della guerra in Iraq vi è da includere anche l’economia mondiale. Infatti, economisti ed analisti finanziari avevano scommesso su una «guerra lampo», che avrebbe dissipato lo scetticismo sulle prospettive economiche che frena le decisioni di investimento delle imprese e che quindi avrebbe giustificato e sostenuto il rally delle borse che avrebbe immediatamente preso avvio una volta superate le incertezze geopolitiche provocate dalla crisi irachena.

Questa previsione, di fatto avallata anche dalle autorità americane, aveva trovato conforto nell’andamento delle borse. Infatti, dal 12 marzo scorso, quando il conflitto è apparso ineluttabile, ha preso avvio un rally, il più forte dal 1982, che ha fatto salire l’indice Dow Jones di 1.000 punti, ossia del 13%, in cinque giornate di contrattazioni. Il movimento al rialzo dei mercati azionari si è accompagnato con un forte rimbalzo del dollaro e con una caduta del prezzo del petrolio. Questo violento «strappo» si è comunque afflosciato non appena si è cominciato a capire che la guerra in Iraq è destinata a durare molto più a lungo di quanto pensavano gli strateghi del Pentagono e quelli di Wall Street.

Quindi, dall’ipotesi di una guerra lampo che avrebbe risollevato le sorti dell’economia e delle borse (che in ogni caso era priva di fondamento) si è rapidamente passati ad interrogarsi sugli effetti sull’economia di un conflitto più lungo. Ciò ha riportato l’attenzione sull’andamento dell’economia americana e di quella europea, dalle quali continuano a giungere in modo univoco dati economici sempre peggiori e destinati a peggiorare ulteriormente con il prolungarsi delle ostilità nel Vicino Oriente. È dunque estremamente facile prevedere che siamo alla vigilia di una nuova ondata di revisioni al ribasso delle già insoddisfacenti stime di crescita economica, e di un rinvio all’anno prossimo dell’appuntamento con la ripresa.

Ma molto probabilmente anche questo scenario rischia di essere intinto di eccessivo ottimismo. Infatti, vi sono numerosi pericoli che potrebbero rapidamente rendere obsoleto lo scenario di un altro anno di crescita modesta dell’economia mondiale e rendere attuale il pericolo di recessione. Il primo pericolo è una stagnazione o addirittura una lieve flessione dei consumi delle famiglie americane che rischierebbe di far ricadere in recessione l’economia statunitense. I segnali non mancano. Sono la caduta della fiducia dei consumatori e la stagnazione dei consumi in febbraio (ossia prima dello scoppio della guerra). Il secondo pericolo, strettamente connesso con il primo, è un’ulteriore caduta delle borse e quindi del dollaro, che appare allo stato attuale un’eventualità molto concreta, poiché non sarebbe solo giustificata dal peggioramento delle prospettive economiche, ma soprattutto dai «danni collaterali» della crisi irachena, ossia la crisi dei rapporti tra le due sponde dell’Atlantico e la sempre più diffusa percezione di fragilità della leadership della superpotenza americana.

Questi «danni collaterali», destinati ad alterare profondamente la rete di accordi formali e informali che fungono da tela di fondo del funzionamento dell’economia internazionale, rischiano di essere quelli più costosi e più duraturi. Infatti è ancora impossibile ipotizzare quali potrebbero essere le conseguenze delle attuali tensioni politiche tra le due sponde dell’Atlantico sul commercio internazionale e sulle direzioni dei flussi finanziari, così come sulle istituzioni economiche internazionali (dal Fondo Monetario all’Organizzazione Mondiale del Commercio).

Oggi, ad esempio, ci si può legittimamente interrogare su quale potrebbe essere la risposta di queste istituzioni a una nuova crisi finanziaria della Turchia o ancora quale è il futuro della globalizzazione, quando le tensioni tra Europa e Stati Uniti rendono ancora più difficile sbloccare la situazione di stallo dei negoziati in corso sullo spinoso dossier agricolo. Quindi, alle incertezze della guerra si sommano grandi incertezze politiche ed economiche che inducono a ritenere che anche per l’economia mondiale il conflitto iracheno potrebbe costituire uno spartiacque, che segna l’avvio di un’era nuova.

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