IPO GOOGLE: RIPARTE L’ INTERNET ECONOMY

2 Maggio 2004, di Redazione Wall Street Italia

Sergey Brin ha trent’anni, è il figlio di un matematico russo emigrato negli Stati Uniti un quarto di secolo fa. Larry Page di anni ne ha trentuno, è figlio anche lui di un accademico, un cibernauta della Michigan University. In sette anni, hanno stupito il mondo realizzando dal nulla il motore di ricerca più usato su Internet, ogni giorno milioni di navigatori, quel Google che almeno il 75% degli internauti usa sistematicamente o sovente, e riuscendo già da tre anni a realizzare utili mentre scoppiava la bolla Internet e tutto il settore delle start up tecnologiche subiva una strage tipo notte di San Bartolomeo.

Dall’inizio dell’anno, tenevano la comunità finanziaria col fiato sospeso, dopo l’indiscrezione che si apprestavano a sbarcare in Borsa. Da qualche giorno, fanno letteralmente impazzire il popolo online e i risparmiatori per la novità clamorosa che hanno annunciato alla Sec. E’ vero, piazzeranno azioni sul mercato fino a un massimo di 2,718281828 miliardi di dollari (classica mattanata da matematici, è un tributo al numero irrazionale “e”, ricorre nei calcoli per risolvere i problemi relativi ai tassi di crescita). Ma ancora non si sa quando. Né per quante azioni. Non hanno neppure detto se poi chiederanno la quotazione al Nasdaq o al New York Stock Exchange, anzi parrebbe di no.

Ma la lettera con cui annunciano intenzioni e procedure che hanno stabilito di seguire è un pugno nell’occhio all’intera comunità delle grandi banche d’affari, abituate alle pingui commissioni piazzando azioni “promettenti” ai clienti istituzionali che stabilivano loro, consentendogli ancor più lucrose e immediate realizzazioni milionarie su titoli destinati a schizzare all’insù nei primi giorni. Ma dopo gli scandali alla Enron bisogna girare pagina, pensano i due trentenni.

E così il meccanismo di vendita sarà del tutto coerente al modello di business di Google, si seguirà il modello della “dutch auction”, un’asta cui potrà partecipare on line l’intero popolo degli internauti, sulla base del più alto prezzo ma con un bel calmiere per evitare quotazioni scriteriate, e soprattutto aggirando in un colpo solo la platea degli investitori istituzionali che affollano i portafogli delle merchant bank che di professione realizzano collocamenti sul mercato.

Le “dutch auctions” hanno i loro sostenitori perché abbattono i costi informativi e di transazione e le asimmetrie informative, dunque sono quanto di più simile si possa immaginare a un modello di “democrazia finanziaria on line”. Senonché, il genio dei due trentenni fondatori ha in realtà più pelo sullo stomaco di quanto sembri. Perché le azioni che cederanno avranno diritto a 1 voto mentre il 30 per cento che resterà in ogni caso in mano loro (e le azioni distribuite sin qui a oltre mille dei 1.700 dipendenti di Google) peseranno dieci volte tanto, sì proprio dieci voti a cedola, tanto per mettersi al riparo da scalate ostili ordite da qualche gigante del settore tecnologico o dei media, desideroso di mettere le mani sulla gallina dalle uova d’oro.

Che potrebbe valere, sulla base dei multipli dell’utile operativo realizzati nel 2003 (340 milioni di dollari su 960 di fatturato, una volta accantonati i dividendi futuri sui titoli detenuti da fondatori e dipendenti, al netto di questi saremmo a 570 milioni di utile con un margine operativo del 62 per cento), dai 27 ai 30 miliardi di dollari, visto che EBay è valutata circa 54 miliardi di dollari sulla base di 660 milioni di utile su 2,2 miliardi di fatturato nel 2003, e Yahoo 36 miliadi di dollari sulla base di un cash flow di 428 milioni realizzato su un fatturato di 1,6 miliardi. E’ una vera e propria blindatura del controllo, roba da capitalismo renano più che americano.

“Spalmare” via Internet tra i piccoli investitori i titoli sarà sicuramente popolare, ma evita di dover poi aprire le porte del consiglio d’amministrazione ai rappresentanti dei fondi d’investimento. Insomma scongiura lo scrutinio delle decisioni d’impresa e dei conti da parte di chi è professionalmente e istituzionalmente più versato a farlo, mentre il trader on line resta uno sprovveduto.

La genialata suprema dei due è di aver vergato una lettera agli investitori, premessa alle oltre 700 pagine di documentazione finanziaria e sulle procedure di vendita, che trasuda buoni sentimenti ed è ispirata a quel buon senso finanziario che da sempre è il punto di forza di Warren Buffett, il simbolo agli occhi degli americani della prudenza e della diffidenza verso tutti gli eccessi finanziari del mercato, e che grazie ai suoi piedi di piombo è riuscito a far comunque guadagnare bene i suoi fondi malgrado il collasso dei titoli hi-tech 3 anni fa.

“Se i conti di un’impresa sono fragili come dei crackers, lo diventano anche quelli degli azionisti”, è la sua massima che Brin e Page riportano in testa a un paragrafo che varrebbe la pena di tradurre integralmente impregnato com’è del rifiuto dei risultati trimestrali a cui gli analisti finanziari piegano le imprese quotate sui mercati Usa; dell’affermazione che loro non adotteranno la remunerazione finanziaria a breve delle azioni come vangelo di Google; della rivendicazione del carattere “non convenzionale” dell’impresa che hanno fondato, e del loro diritto anche a scommettere investendo su progetti che possono apparire arrischiati e poco remunerativi, del patto che consente ai dipendenti di avere molto tempo libero e molti trattamenti privilegiati, che altri lavoratori in imprese hi-tech si sognano, e sul quale un domani azionisti esigenti tesi solo alla massimizzazione del profitto troverebbero a che ridire.

“Don’t be evil”, “fate del bene”, dicono alla fine in un tripudio evangelico che sembra fatto apposta per convincere investitori europei sospettosi degli eccessi della finanziarizzazione americana, e che invece fa masticare amaro molti analisti anglosassoni. Sugli altri giornali e media troverete tutte le altre informazioni: che la decisione di Google annuncia che molte compagnie tecnologiche tornano a quotarsi, e che si tratta di una mossa contro Microsoft che sta naturalmente pensando, cattiva e grossa com’è, a varare un proprio motore di ricerca per rovinare i nostri due eroi. Noi ci limitiamo a un interrogativo.

Prima di ordinare anche voi titoli on line su Google, chiedetevi se Brin e Page saranno davvero coerenti e faranno a un certo punto come Bill Gates, diventato il primo donatore mondiale in beneficenza. Oppure se i due accarezzano la disillusione finanziaria per il verso in cui vuole farsi oggi accarezzare, promettendo democrazia ma per confermare la propria autocrazia.

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