Ior, ecco la risposta a quel paranoico di Ettore Gotti Tedeschi

10 Giugno 2012, di Redazione Wall Street Italia
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ROMA – «Lei si sente come l’uomo nero che voleva fare male a Ettore Gotti Tedeschi?».
A ben vederlo, maglietta Lacoste a mezze maniche, mocassino fuori ordinanza, capelli cortissimi, l’aspetto dell’uomo nero non ce l’ha neppure un po’. Si scusa subito per aver violato il dress code del dirigente di banca. «Vengo da casa, sa, è sabato pomeriggio». Eccolo qui, quello che Gotti avrebbe descritto nel suo memorandum come il suo nemico numero uno, quello che avrebbe tramato per cacciarlo dalla banca. L’appuntamento è alle 18 a Porta Sant’Anna, i piazzali sono vuoti, senza una macchina parcheggiata, si sale su, al Cortile di San Damaso, poi un piccolo portoncino con un campanello che sembra quello di una casa.

È Paolo Cipriani, direttore generale dello Ior dal giugno 2007, dopo aver avuto un’esperienza internazionale per banche italiane in Lussemburgo, a New York e a Londra. Un protagonista centrale del caso che ha portato il 24 maggio all’uscita traumatica di Gotti dall’Istituto. Parla per la prima volta.

Allora, come si spiega il j’accuse di Gotti? «Può non credermi, ma sinceramente non lo so», risponde allargando le braccia. «Eppure non riesco a volergliene». Più diversi non potrebbero essere. Cipriani gioca a basket, un gioco di squadra, ruolo di playmaker. Gotti è un esperto di judo, più che uno sport, un’arte marziale.

Insomma, Cipriani racconta tutta un’altra storia rispetto a Gotti che nel suo memorandum avrebbe detto che i suoi guai sono iniziati quando ha chiesto i nomi dei politici. Lì sono iniziate le incomprensioni. «Cose che, diceva Gotti, aveva “sentito in Italia”». I ricordi del direttore generale sono precisi: «Le domande le fanno sempre in Italia, ma qui ci sono le risposte, e conti cifrati e conti di politici non ci sono. Noi abbiamo fin dall’inizio voluto fargli capire e vedere, ma anche quando gli abbiamo portato tutti i tabulati, chiedendogli di guardare, di farci domande, di fare chiarezza, Gotti non ha mai voluto neanche visionarli. Ma ripeteva lo stesso “non voglio sapere, meglio non sapere”. Poi un giorno, era lo scorso febbraio, quando già uscivano sui giornali notizie false che c’era qualcosa di oscuro da noi, perdemmo la pazienza e gli dissi: “Lei è il legale rappresentante, ma l’Istituto non lo conosce e non lo vuole difendere”». Poi, nota, «L’Istituto non è solo un Istituto. Sono più di cento persone oneste che lavorano qui e non è giusto che veniamo attaccati per cose che noi non abbiamo fatto».

Il direttore generale a riprova delle procedure interne trasparenti, aggiunge: «Noi abbiamo lavorato sui sistemi Aml, anche con consulenze esterne, molto prima che entrasse in vigore la legge 127. Siamo noi che vogliamo la trasparenza. Qui siamo guidati anche da un board di esperti e siamo obbligati a consegnare tutti i materiali a loro. Non c’è nessun segreto, nessun mistero. Noi abbiamo chiesto ripetutamente al presidente di interessarsi dell’Istituto, ma non prendeva in mano le cose. Era come se fosse assente anche quando era presente. A volte veniva in presidenza, che è distaccato dal resto dell’Istituto, e non ci diceva nulla. Poi, partiva».

Domando di nuovo: ci sono conti, non dico, anonimi, ma cifrati? «No, non ci sono, né ci potrebbero essere perché tutte i conti, che chiamiamo “posizioni” sono correlate ad un’anagrafica dell’intestatario, molto più dettagliato di quello usato in Italia, per esempio ed il sistema elettronico non può funzionare se non è completo di tutto». Ci sono nomi di politici italiani? «No, gli italiani (non religiosi) come persone fisiche sono solo i dipendenti o i pensionati della Santa Sede». C’è il nome di Luigi Bisignani? «Non ha un conto qui né lui né la moglie, nessuno». C’è il nome dell’ex capo del Sismi Pollari? «No». Abbiamo sentito che Gotti ha pure nominato Bill Clinton? «Una pura fantasia». E i soldi, come la mettiamo con i soldi? «Noi non forniamo prestiti, tutto ciò che esce e cioè bonifici e assegni e persino il contante è tutto tracciato, anche in modo più dettagliato che in Italia. Addirittura con uso di documenti doganali, che vengono consegnati alla nostra Autorità di controllo. I flussi sono sotto il controllo del sistema elettronico Ibis».

E i soldi in entrata? «Noi non abbiamo filiali, quindi ciò che entra ci viene mandato da banche estere, anche italiane. Spetta anche a loro, e anche per primi, fare i controlli, ma li facciamo anche noi, anche utilizzando sistemi come Ofac, che è una lista internazionale aggiornata costantemente i nomi delle persone sospette di riciclare: per intenderci qualsiasi persona sospetta viene subito bloccata». Quanto alla trasparenza, sottolinea che in tanti anni «all’estero non c’è mai stato un problema, e neanche in Italia per tanti anni. Poi, curiosamente, ad un certo punto trovano sempre problemi. Bisogna andare in Italia a chiedere perché».

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