INTERNET
E’ MASCHIO

23 Aprile 2007, di Redazione Wall Street Italia

Sergei Brin e Larry Page, i fondatori di GoogleUn anno fa l’Università di Derby, in Gran Bretagna, lanciò un nuovo corso di studi in Computer games e riscosse un successo oltre le previsioni. In pochi giorni corsero a iscriversi 106 studenti. Ma c’era un problema: erano tutti maschi. Nelle università americane, il caso di Derby viene citato come esempio estremo per spiegare il punto più debole del mondo hi-tech: la mancanza di donne.

Il primo indizio di questa anomalia statistica emerge dall’elenco delle aziende di successo sorte negli ultimi anni negli Usa. Partiamo da YouTube, fondata nel 2005 da Chad Hurley, Steve Chen e Jawed Karim, tre maschi ventenni. Passiamo a Facebook, nata nel 2004 ad Harvard grazie all’intuizione di uno studente, Mark Zuckerberg. MySpace? Fu creata nel 2003 da Tom Anderson, ricercatore alla Università della California.

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Andando a ritroso arriviamo a Google, lanciata nel 1996 da due ragazzi di Stanford, Larry Page e Sergey Brin, oggi super-miliardari. Quanto a eBay, il sito di aste che ha cambiato il mondo del commercio, fu inventato nel 1995 dall’hacker Pierre Omidyar. Possiamo risalire anni fino alla Apple di Steve Jobs (1976), o alla Microsoft di Bill Gates (1975) e anche arrivare fino alla Hewlett Packard, l’azienda capofila della Silicon Valley, creata nel 1934 da Bill Hewlett ed Dave Packard, ma nel ruolo degli innovatori si incontrano sempre e solo uomini. L’hi-tech è un’attività che si declina al maschile, dove le donne sono la mosca bianca.

L’argomento è così sensibile nell’America del politically correct che Larry Summers, ex ministro del Tesoro di Clinton e stella di prima grandezza tra gli economisti Usa, un anno fa ci ha rimesso la poltrona di presidente di Harvard per avere osato affrontare la questione in termini un po’ eretici. Di fronte a una platea accademica, Summers si chiese perché, nonostante le donne si iscrivano numerose alle facoltà tecnico-scientifiche da molti decenni, in quelle materie la loro rappresentanza ai vertici delle migliori università Usa sia tuttora molto esigua. Alla fine di un lungo discorso pieno di distinguo e di sfumature, Summers suggerì che le donne potessero avere differenti “attitudini intrinseche”. Dopodiché dovette dare le dimissioni.

Ma l’interrogativo posto da Summers continua a risuonare nelle aziende e nelle università Usa. Perché non solo le donne raggiungono assai più raramente livelli di eccellenza, ma la loro presenza nel settore sta diminuendo drasticamente. Secondo un rapporto appena pubblicato dal Federal Bureau of Labor Statistics, da oltre dieci anni le donne stanno abbandonando l’information technology: nel 1996 rappresentavano il 41 per cento dei tecnici del settore, oggi sono il 32 per cento.

Statistiche recenti rese pubbliche dal Center for Women’s Business Research di Washington dicono che nel 2004 solo il quattro per cento delle società high tech finanziate dal venture capital erano guidate da donne, in calo rispetto al cinque per cento tra il ’96 e il 2000. Altre ricerche confermano che le donne, che pure si laureano ormai più degli uomini e prendono voti migliori, scelgono sempre meno le facoltà high tech. E quelle che vengono assunte dalle aziende ad alta tecnologia, sempre più spesso abbandonano: parecchie prima dei trent’anni, altre verso i cinquanta.

Steve Jobs, amministrato delegato di AppleNon è solo il problema etico della differenza tra i generi a preoccupare. C’è di mezzo la competitività del sistema Usa. Gli studi nelle materie scientifiche attirano sempre meno i giovani americani, e all’interno di questa flessione generale il crollo femminile è considerato una sciagura. Secondo le previsioni, nel 2010 il numero di Ph.D. nelle materie scientifiche sarà la metà di oggi. Bob Cohen, vicepresidente dell’Itaa (International Association for Technology in America), riflettendo sulla crisi delle vocazioni femminili, dice: “è come se, a livello internazionale, stessimo competendo con una mano legata dietro la schiena”.

Aziende come Google, Hp e Microsoft denunciano l’aggravarsi del problema, anche se poi, a un’ esplicita richiesta de ‘L’espresso’, non rivelano le percentuali di donne softwariste al proprio interno. D’altra parte non si tratta di una tendenza solo americana. In Gran Bretagna, secondo una ricerca di Intellect, le donne impegnate nell’high tech sono scese dal 21 per cento nel 2000 al 16 per cento nel 2007. Le cause del crollo? Mancanza di flessibilità nel lavoro, cultura maschile in azienda, troppe ore di presenza e un ambiente competitivo dove si lavora 80 ore alla settimana, non si prendono vacanze, si parla solo di business e si vive con la fissazione del successo e della ricchezza.

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