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INNEGGIARE ALLE LIBERALIZZAZIONI PUO’ COSTARE LETTORI

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Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Quarantamila tassisti agitati e
pronti allo sciopero il 25 luglio, sessantamila
farmacisti che hanno organizzato una serrata
per il 19, quattromilacinquecento notai
che sin dalla primavera hanno tentato una
campagna mediatica fatta di costose pagine
pubblicitarie per difendersi preventivamente
dall’attacco comunista sul regime d’acquisto
dei motorini usati, e centoventimila avvocati
che hanno indetto una protesta di dodici
giorni.

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Titolo del Corriere della Sera di
ieri: “Liberalizzazioni, gli avvocati processano
Ichino: proposto un ricorso all’Ordine con
la richiesta di provvedimenti disciplinari”. Il
caso degli avvocati è molto interessante, per
l’eco che sta provocando su alcuni grandi
giornali. Che cosa sta succedendo infatti al
Sole 24 Ore, nei quotidiani finanziari del
gruppo Class, sulla vicenda dello sciopero
degli avvocati contro il decreto Bersani? Accade
che nelle redazioni si siano accorti che
le corporazioni hanno un peso, comprano gli
spazi pubblicitari e decine di migliaia di copie
(in abbonamento). Così se qualcuno scrive
che, sì, in effetti gli avvocati e pure i
tassisti godono dei vantaggi del sistema corporativo, immediatamente le categorie reagiscono.

Era accaduto ai primi di luglio al Sole 24
Ore, dove un articolo di uno degli editorialisti
di punta del giornale, Franco Locatelli,
entusiasta del decreto Bersani, lodava l’azione
del ministro. Un paio di giorni dopo, ecco
arrivare il cambio (parziale) di rotta, con un
editoriale del direttore De Bortoli che introduce,
sulla questione liberalizzazioni, un
elenco di “giusto ma, però”. Al Sole erano rimasti
un po’ disorientati dalle numerose
pressioni esercitate dagli ordini professionali
che con i loro abbonamenti, rappresentano
per il quotidiano confindustriale circa
il 40 per cento delle copie vendute, cioè oltre
150.000 copie giornaliere.

Diverso il caso del Corriere della Sera. Tre
giorni fa, l’editoriale di Pietro Ichino in prima
pagina ha scatenato l’ira degli avvvocati.
Argomentava Ichino: “Strano sciopero, questo
degli avvocati. Uno sciopero che non produce
perdite per chi lo pratica e neppure
per il suo datore di lavoro ma fa danno soltanto
a soggetti terzi”. Per capirci, uno sciopero
della fame che si interrompe all’ora di
pranzo. Gli avvocati, sempre attenti alla
stampa, hanno letto e si sono arrabbiati. Via
Solferino è stata letteralmente tempestata di
telefonate e di lettere di legali, fuori di sé
per la posizione di Ichino. Si è mossa anche
il presidente dell’Organismo unitario dell’avvocatura
italiana, Michelina Grillo: “A favore
del decreto Bersani – ha scritto al Corriere
– si sono schierati famosi cattedratici,
che ne hanno illustrato i miracolosi effetti. A
fianco della potente lobby degli avvocati, invece,
c’è un silenzio assordante”.

Il Corriere della Sera ha resistito, e nella
rubrica “Interventi e Repliche” ha provato a
far emergere la linea del dissenso tra gli avvocati
pubblicando, ieri, una lettera del signor
Marcello Mustilli, legale in Roma, il quale sottoscrive
“ogni parola di Pietro Ichino”, lamentandosi
“che sul giornale finisce solo chi
fa gli scioperi”. Niente da fare: dopo l’uscita
della lettera del dissidente, i centralini sono
stati ingolfati dalle telefonate di protesta, naturalmente
degli avvocati. In Italia va così, togli
una virgola e gridano alla rivoluzione.

Nella speranza che la politica regga l’urto
delle corporazioni, anche la stampa può
organizzare una resistenza attiva. Forse bisognerebbe
seguire un lontano esempio del
Wall Street Journal, un caso che viene insegnato
nelle scuole di giornalismo anche
da noi. Eccolo: anni fa capitò che la General
Motors, la prima casa automobilistica
del mondo, non gradisse alcuni servizi apparsi
sul foglio economico americano, non
parlavano bene dell’azienda. Per rappresaglia,
nel giro di pochi giorni, i dirigenti
della Gm revocarono tutte le inserzioni
pubblicitarie dal WSJ. Il giornale non si lasciò
intimidire e spedì a Detroit, sede della
General Motors, i migliori cronisti investigativi
che cominciarono a indagare sul
gigante dell’auto, spulciando il lavoro svolto
dalla casa automobilistica. Inchieste
quotidiane venivano pubblicate sul WSJ
con disastrosi ritorni d’immagine per la
Gm. Poche settimane dopo la General Motors
ricomprò gli spazi pubblicitari sul giornale.
Gli avvocati e i tassisti sono avvertiti:
non vadano a Detroit.

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