INFLAZIONE: MA A UN CERTO PUNTO DOVRA’ PUR SALIRE

25 Febbraio 2005, di Redazione Wall Street Italia

*Michele Pezzinga e’ lo strategist di CentroSim. I suoi commenti non implicano responsabilita’ alcuna per Wall Street Italia, che notoriamente non svolge alcuna attivita’ di trading e pubblica tali indicazioni a puro scopo informativo. Si prega di leggere, a questo proposito, il disclaimer ufficiale di WSI.

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(WSI) – L’inflazione al consumo USA per ora non risale come temuto e i mercati
evitano un altro scivolone. Ma i dubbi permangono, almeno a giudicare
dalla reazione poco convinta dei bond, con quelli dell’area euro
addirittura tornati sotto pressione (stamani il rendimento del bund
decennale era salito fino al 3,74%). Anche il rimbalzo delle Borse
potrebbe di riflesso risultare interlocutorio, aprendo una fase di più
elevata volatilità in attesa di segnali più chiari su quale tipo di
scenario, per l’inflazione e la crescita, si prospetti per i mesi a
venire.

In ogni caso, con un +0,1% mensile a livello complessivo ed un
+0,2% per i prezzi ex alimentari ed energia, la temuta replica del dato
shock sui prezzi alla produzione di venerdì scorso non si è realizzata: su
base annua l’inflazione al consumo USA è infatti scesa dal 3,4 al 3%,
mentre quella calcolata al netto delle solite componenti più volatili è
solo lievemente salita, da un +2,2 ad un +2,3%.

Nella sua recente
Audizione, Greenspan aveva però accennato alla decelerazione della
produttività e all’indebolimento del dollaro, che alla lunga sta iniziando
a pesare sui prezzi all’importazione, come alle due variabili che
avrebbero potuto spingere al rialzo l’inflazione attesa: e poichè i due
fenomeni in effetti si stanno in parte già verificando, i dubbi degli
investitori non sono stati cancellati, al più rinviati ai prossimi
appuntamenti con i dati macro.

Se la decelerazione della produttività
preoccupa, bisogna invece riconoscere che il legame tra prezzi all’import
e al consumo è sempre stato piuttosto debole; stavolta ad allentarlo
ulteriormente hanno contribuito le solite forze che hanno contribuito a
tenere sotto controllo la crescita dell’inflazione: globalizzazione,
competizione, tecnologia e produttività. Tutti fenomeni che continuano a
dispiegare i loro effetti benefici, ma che ad ogni fase di difficoltà dei
mercati vengono puntualmente rimessi in discussione. Non è un caso, quindi,
che anche stavolta ci si torni a domandare quanto possa reggere ancora il
“miracolo” della bassa inflazione.

Nel frattempo il dollaro è rimasto debole, sopra quota 1.32 contro euro,
ed il greggio ha fatto solo marginalmente marcia indietro dai massimi
dell’anno: le due maggiori incognite sull’andamento congiunturale
incombono dunque ancora sugli scenari. Il dollaro in effetti avrebbe
dovuto beneficiare delle dichiarazioni più rassicuranti da parte delle
Autorità coreane circa la volontà di realizzare una maggiore
diversificazione delle proprie riserve valutarie; così invece non è
avvenuto, dunque sono tornate all’opera quelle forze di gravità (il
disavanzo della bilancia commerciale) che solo temporanemente erano state
annullate da un recupero tecnico.

Quanto al greggio, sembra abbia tutta
l’intenzione di puntare nuovamente verso i massimi dello scorso ottobre, a
conferma che i volatili fattori climatici di breve termine si innestano su
un più robusto trend di fondo. La competizione per accaparrarsi la
produzione derivante dai più ricchi giacimenti russi o iraniani e che sta
coinvolgendo ora anche l’India (disponibile a investire in Russia fino a
25 mld di dollari), dopo Cina e Giappone, parla chiaro a proposito della
fame di energia di tutte le maggiori potenze asiatiche.

Più trascurato, ma
non meno significativo, è un fenomeno analogo: molte
commodities, dall’alluminio al rame, dallo zinco ai metalli nobili (cromo,
tungsteno, selenio, ecc.), stanno registrando proprio in questi giorni o
dei veri e propri record storici o, comunque, dei massimi a partire dalla
metà degli anni ’90: altra conferma dell’impatto che la crescita di
colossi come Cina e India sta avendo sull’equilibrio globale di domanda e
offerta per i mercati delle materie prime.

Lo scenario che a nostro avviso rischierà quindi di imporsi come il più
attuale, almeno nei prossimi mesi, potrebbe essere quello di crescita
bassa e inflazione in leggera risalita. E’ quel tanto che basta per
costringere le Banche Centrali (in realtà solo la FED, perchè la BCE
difficilmente potrà permettersi di passare ai fatti: ancora ieri dalla
Germania è giunto l’ennesimo segnale di affanno, con l’indice di fiducia
IFO in calo più del previsto a quota 95.5, da 96.4 in gennaio) ad essere
molto vigili sulle politiche monetarie e i mercati a convivere con timori
di inflazione che potrebbero pesare ancora sulla parte lunga delle curve.

Non a caso, i Fed Funds ora scontano addirittura tassi del 3,25% sulla
scadenza di giugno, il che significa attribuire per lo meno probabilità
100% ad un incremento dei tassi da un quarto di punto in ciascuno dei
prossimi tre incontri, e 50% di probabilità ad un aumento più sostenuto,
mezzo punto, nel prossimo di metà marzo. Uno scenario che sicuramente
peserà sulla crescita del 2006 (il legame tassi-PIL si realizza pienamente
con circa un anno di ritardo) e che per ora rischia di non aiutare nè i
bond e nemmeno le Borse, alle prese con gli altalenanti segnali di
debolezza dell’obbligazionario e al tempo stesso con indicazioni non certo
esaltanti sotto il profilo congiunturale.

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