INFLAZIONE: IN AMERICA QUELLA REALE E’ +8%

22 Febbraio 2008, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Anche gli Stati Uniti hanno il loro Jean-Claude Trichet. Si
chiama Richard W. Fisher ed è da due anni a capo della Fed
di Dallas. In quanto tale, fa parte del Fomc, il «consiglio di
saggi» responsabile negli States per le decisioni di politica
monetaria. E proprio nell’ultimo incontro del Fomc, quello di
fine gennaio, Mr. Fisher ha dimostrato una spiccata sensibilità
nei confronti delle argomentazioni che hanno spinto la Bce
a mantenere invariato il costo del denaro negli ultimi mesi.


Come si apprende dei verbali dell’incontro diffusi mercoledì,
il numero uno della Fed di Dallas è stato l’unico membro a
votare contro la decisione di un nuovo taglio di 50 punti base
dei Fed Fund. «Tenuto conto delle misure già adottate – recitano
le minute – Mr. Fisher ritiene che la politica monetaria
sia stata già abbastanza accomodante». E che «i rischi inflativi
siano divenuti più rilevanti rispetto a quelli di un rallentamento
di lungo termine della crescita economica».

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La posizione di Fisher, sebbene sia stata snobbata dagli altri
membri del Fomc, sta incontrando non pochi sostenitori.
Tra i quali John Williams, il Ralph Nader dell’indagine economica.
Sono anni che Williams critica i dati ufficiali e per l’occasione
ha rispolverato una vecchia evidenza: applicando i
modelli di calcolo antecedenti all’amministrazione Clinton, il
tasso di inflazione risulterebbe prossimo all’8%, contro il 4,3
ufficiale.

Chissà che se le considerazioni di Fisher prendono
spunto anche dai dati ufficiosi di Williams. In ogni caso, la
tesi di entrambi è la medesima: l’inflazione rimane un problema.
Anche negli States.

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