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INFLAZIONE: E SE FOSSE UN FALSO ALLARME?

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*Michele Pezzinga e’ lo strategist di CentroSim. I suoi commenti non implicano responsabilita’ alcuna per Wall Street Italia, che notoriamente non svolge alcuna attivita’ di trading e pubblica tali indicazioni a puro scopo informativo. Si prega di leggere, a questo proposito, il disclaimer ufficiale di WSI.

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(WSI) – Realtà e psicosi, situazione attuale e prospettive da qui a fine anno,
sono questi i due punti critici dell’attuale fase di mercato. Ancora ieri
ci siamo confrontati da un lato con i prezzi alla produzione USA di
febbraio, saliti di un modesto 0,1%, esclusi alimentari ed energia. Un
dato in linea con le previsioni, a smentire i timori di un’altra sorpresa
negativa, dopo quella del mese precedente, quando l’indice registrò un
allarmante +0,8% risvegliando in tal modo i fantasmi di inflazione.

Dall’altro con la FED, che ha invece iniziato a percepire maggiori rischi
di inflazione, e li ha espressi in serata nel breve comunicato che
accompagna l’incontro del Comitato di Politica Monetaria (FOMC). “Le
pressioni sull’inflazione sono aumentate negli ultimi mesi e la capacità
di imporre aumenti dei prezzi da parte delle imprese è più evidente.
Tuttavia, gli aumenti delle quotazioni dell’energia non si sono ancora
trasferite sui prezzi al consumo”. Questa frase, aggiunta ad un giudizio
più deciso sulla ripresa produttiva (vista “solida” anzichè “moderata”) e
più cauto sull’inflazione (vista solo “contenuta”, anzichè “relativamente
bassa”), ha portato a giudicare ancora in equilibrio la bilancia dei
rischi allo scenario, ma stavolta grazie “ad un’appropriata azione di
politica monetaria”.

Sugli aggettivi chiave “moderato”, relativamente al
ritmo di aumenti dei tassi, e “accomodante” sulla valenza della politica
monetaria, non ci sono state invece sorprese: sono stati confermati nel
testo, segno che la FED si è solo voluta premunire a fronte di
indesiderate sorprese dal lato dell’inflazione, ora viste come più
probabili, nel qual caso gli interventi restrittivi verrebbero inaspriti.
Ad oggi il mercato sconta ancora altri quattro aumenti consecutivi da un
quarto di punto nei prossimi comitati, fino a quota 3,75% per metà
ottobre. Ma è corretto condividere questi timori? Non c’è il rischio che
tra sei mesi la crescita si afflosci di nuovo, sugli effetti (ritardati)
del caro energia, dei tassi e di una Borsa USA quasi al palo da un anno e
mezzo a questa parte?

E’ vero, gli indici dei prezzi stanno risalendo, e non è solo colpa del
greggio, che forse finalmente potrebbe ora ripiegare dai suoi
doppi-massimi di periodo; l’accelerazione dei prezzi, soprattutto alla
produzione, è però accentuata dai livelli depressi raggiunti in
precedenza, quando ancora all’interno della FED si discuteva animatamente
del rischio deflazione, e si studiava persino il caso del Giappone. Il
deflatore “core” della spesa per consumi, cui la FED attribuisce la
maggiore valenza, ad oggi indica ancora una crescita annua attorno
all’1,5/1,6%, che difficilmente può definirsi allarmante.

Il guaio è che
la produttività si muove in maniera più incerta e l’ascesa del costo di
energia e materie prime sta innervosendo gli osservatori, inclusa la FED;
alla lunga gli aumenti registratisi a monte, se percepiti come permanenti
e non solo frutto di eccessi transitori, potrebbero riflettesi anche molto
più a valle, per lo meno nel comparto manifatturiero, condizionando anche
gli indici dei prezzi al consumo. Vista la reputazione della Banca
Centrale e l’estrema incertezza di questa fase delicata per
l’obbligazionario, la comunità finanziaria ieri ha comunque scelto di
condividere i dubbi della FED, mettendo di nuovo sotto pressione i
Treasuries, i cui rendimenti sul decennale sono saliti a nuovi massimi di
periodo, nell’area 4,62% dal 4,48% precedente.

Inevitabili i riflessi
prima sui bond europei, con il decennale tedesco tornato a rendere
qualcosa come il 3,75%, poi sulle Borse, da Wall Street, in calo dell’1%
con l’S&P 500, alle Piazze europee stamani. Nel primo pomeriggio (14:30)
il dato sull’inflazione al consumo USA di marzo rappresenterà la
controverifica a quello di ieri; l’impressione però è che in questa fase i
segnali neutri, tipo un aumento in linea con le attese (+0,3% a livello
complessivo e +0,2% senza alimentari ed energia), avrebbero una valenza
scarsa, mentre una sorpresa negativa scatenerebbe una nuova ondata di
pessimismo sull’inflazione e i bond.

Ma c’è davvero tutta questa crescita?
In Germania, stamani, l’indice di fiducia IFO è sceso nuovamente, a quota
94 da 95,4 in febbraio, smentendo le attese di un ulteriore recupero verso
quota 95,6. Il doppio calo delle voci condizioni correnti e aspettative
rappresenta un altro duro colpo alle attese ottimistiche di imminente
riavvio della congiuntura europea. Negli USA, rientrata nuovamente la
speranza di un dollaro davvero debole, ci si dovrà confrontare nei
prossimi mesi con l’impatto dei maggiori tassi e del greggio più caro, che
solitamente si registrano con maggiore intensità sull’attività economica
con 9-12 mesi di ritardo.

Continuiamo a credere che i timori di inflazione
siano temporanei, così come i danni inferti al mercato obbligazionario; se
la crescita decelererà nei prossimi dodici mesi, questi elementi di
rischio rientreranno, e a farne di nuovo le spese potrebbero essere solo
le Borse, sostenute finora dall’attesa di soddisfacenti aumenti degli
utili e di una situazione congiunturale ancora solida. Nell’immediato,
comunque, c’è poco da discutere: l’effetto bond continua infatti a
penalizzare ugualmente anche i listini azionari, con la solita
predilezione per i comparti più difensivi. Motivo in più per mantenersi in
generale cauti.

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