INFLAZIONE: E’ DAVVERO PERICOLOSA
PER GLI USA?

20 Febbraio 2003, di Redazione Wall Street Italia

La tornata di dati macroeconomici di giovedi’ ha messo da parte per un momento le preoccupazioni sul fronte internazionale e ha riportato l’attenzione sulle condizioni dell’economia americana e sulle sue possibilita’ di uscire dalla crisi. Inutile nascondere che i numeri sono stati percepiti per lo piu’ come negativi. Vediamo nel dettaglio l’impatto dei tre dati piu’ importanti: sussidi alla disoccupazione, deficit commerciale e prezzi alla produzione.

Le nuove richieste di sussidi di disoccupazione sono tornate sopra l’importante soglia delle 400.000 unita’, segno che il mercato del lavoro continua ad arrancare. Il deficit commerciale, considerato uno dei grandi pericoli per l’economia USA, continua a crescere, e non riesce per il momento ad avvantaggiarsi dell’indebolimento del dollaro. Va osservato comunque che il deficit commerciale ha storicamente mostrato un tempo di reazione piuttosto lungo. Difficle quindi aspettarsi i risultati sperati nel breve periodo. Soprattutto se si considera che il biglietto verde ha perso parecchio terreno verso l’euro e le monete ad esso collegate, ma su altri fronti continua a rimanere fortemente sopravvalutato in termini di potere di acquisto.

Ma il dato che preoccupa e fa discutere maggiormente e’ quello relativo ai prezzi alla produzione, aumentati a gennaio dell’1,6% (+0,9% escluse le componenti alimentare ed energetica), contro un rialzo dello 0,5% (+0,2% core) previsto.

A questo punto l’analisi piu’ semplice, compiuta secondo la teoria tradizionale dei meccanismi di funzionamento della macroeconomia, suggerisce che ci avviciniamo ad un’area di pericolo. Un aumento dei prezzi e quindi dell’inflazione significa la fine di una politica di bassi tassi d’interesse e l’approssimarsi di un possibile rialzo. Gli effetti saranno presumibilmente quelli di un’ulteriore discesa delle borse e quasi certamente di un forte rallentamento del mercato immobiliare, a causa del rialzo dei tassi sui mutui.

Tutto cio’ e’ certamente possibile, se non probabile, ma vale la pena considerare anche la parte meno evidente degli eventuali scenari futuri. La Federal Reserve, al contrario della Bce, e’ meno concentrata sulla difesa del potere di acquisto della moneta e ha una gamma di obiettivi piu’ allargata, che comprende uno sviluppo economico su un sentiero sostenibile e un’occupazione il piu’ possibile vicina al tasso di pieno impiego. Greenspan potrebbe sopportare una certa dose di inflazione per un periodo di tempo limitato se sull’altro piatto della bilancia avesse dei vantaggi sostanziali.

Nel lungo periodo, ad influire sull’economia non sono tanto i tassi d’interesse nominali ma piuttosto quelli reali (interesse nominale meno inflazione). Gli analisti che paventavano un pericolo “giapponese” per l’economia americana temevano proprio questo. In presenza di prezzi in discesa, la politica monetaria di una banca centrale che abbassa (anche fino a zero) i tassi d’interesse e’ inefficace. Il tasso reale tende a salire e aumenta il costo del debito. Considerato il livello di indebitamento dei consumatori americani, ben superiore a quello nipponico, il problema per gli Stati Uniti potrebbe trasformarsi in una tragedia economica.

Da questo punto di vista il dato sul PPI di gennaio allontana il pericolo di una nuova recessione. Una buona notizia quindi? Non necessariamente. Mr. Greenspan non e’ l’unico demiurgo dell’economia USA. La politica economica non e’ l’unico strumento in grado di influire sulla crescita: esiste anche la politica fiscale, che e’ controllata dal Governo.

Il pacchetto di incentivi proposto dall’amministrazione Bush potrebbe rompere le uova nel paniere al team della Federal Reserve. Infatti, a fronte di una diminuzione delle tasse e a un conseguente aumento del deficit pubblico il FOMC non potra’ attendere molto per rialzare i tassi. Inoltre esiste il pericolo che abbia luogo una spirale negativa. Se i consumatori percepissero il pericolo che poche tasse oggi significa piu’ tasse domani, potrebbero cominciare a risparmiare invece di spendere, determinando un effetto contrario a quello desiderato.

Questo potrebbe essere il motivo per cui Mr. Greenspan, abbandonando la sua consueta diplomazia, si e’ espresso in maniera tanto netta contro il pacchetto fiscale di Bush nell’ultima audizione al Congresso. Si delinea quindi una contrapposizione di interessi, che e’ scritta nelle regole di funzionamento delle democrazie capitalistiche. Da una parte la Federal Reserve, con i suoi obiettivi di lungo periodo, dall’altra il Governo, che necessita di risultati immediati.

Vedi anche E GREENSPAN ORA HA UN NUOVO TIMORE: L’INFLAZIONE.