«IN UN PAESE SERIO DAGOSPIA
NON ESISTEREBBE»

8 Maggio 2005, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Dice del suo lavoro Roberto D’Agostino, 57 anni a luglio, ancora l’aria sorniona di quando consigliava alla platea di Quelli della notte la kunderiana insostenibile leggerezza dell’essere: «In un paese serio Dagospia non esisterebbe. Ma la morsa di industriali e banchieri sull’informazione ha chiuso ogni spazio di libertà».

Questo spiega perché dal 23 maggio di cinque anni fa, tra alti e bassi, il più amato e detestato dei siti internettiani viva e lotti in mezzo a noi. Poteva essere un’avventura semiseria, un divertente «cazzeggio» sulle miserie dello star system de noantri, un catalogo sulle piccole nefandezze della società spettacolo. Invece è diventato altro: da scanzonato blog di costume a seguitissimo giornale che si occupa di potere e potenti, di politica e finanza. Una metamorfosi repentina quanto inconsapevole, che l’autore ha assecondato intuendone la dirompente novità. E raccontando, per primo, quel fenomeno di contaminazione che in epoca di narcisismo dilagante omologa tutti, tramutando ceti e generi diversi in un indistinto generone.

Per alcuni è un triste segnale dei tempi, uno sconvolgimento nella gerarchia dei valori dove il pettegolezzo si è sostituito all’analisi, il voyeurismo alla discrezione. Per altri è un prezioso segnale dei tempi, la prova più compiuta della «velinizzazione» della realtà nella quale siamo immersi: intelligenti e idioti, professionisti e mezzecalze, padroni e parassiti. Così la simbiosi tra mondi che prima si ignoravano dà origine a una pittoresca uniformità di stili e di approcci, di cui Dagospia diventa sapido cantore.

Come per tutte le cose significative, l’impresa nasce da un imprevisto: l’inopinata chiusura della rubrica «Spia», che D’Agostino ha tenuto sull’Espresso fino a che non è scivolato su Giovanni Agnelli, a differenza di oggi allora un peccato imperdonabile. Era successo che l’Avvocato, in compagnia della sorella Suni e di Mario d’Urso, era andato a trovare Patrizio Bertelli che correva in quel di Auckland la Coppa America. Da quel momento per Luna rossa diventò Luna nera e la barca naufragò in un crescendo di incidenti. «Non sarà che Agnelli porta sfiga?» si era chiesto papale papale l’ingenuo rubrichista. Tanto bastò perché Carlo Caracciolo, cognato della vittima nonché editore del giornale, lo mettesse alla porta facendo la sua fortuna. Perché, esiliato dalla carta stampata, D’Agostino prese dimestichezza con le dirompenti potenzialità dell’elettronica.

Nasce così il sito, che diventa subito una frequentatissima piazza telematica, dove sono i lettori a determinarne scelte e indirizzi. E fra i lettori ce ne sono alcuni più interessati di altri. Uno è Francesco Cossiga. Quando il presidente emerito comincia a telefonargli per dettare sfoghi e considerazioni su Mediobanca, Vincenzo Maranghi, Cesare Geronzi e Generali, lui non sa neanche di che cosa stia parlando. Anche perché Cossiga non tollera interruzioni: detta e poi attacca il telefono senza chiosa. Ma Dago prende appunti, poi cerca qualcuno che lo aiuti a mettere ordine, infarcisce il tutto di paradossi e pennellate di colore e inventa «Cossiga sulla biga».

Un mese dopo muore Enrico Cuccia, e l’occasione è ghiotta per iniziare un diario settimanale dove, da lassù, il grande vecchio manda sulla Terra aforismi e riflessioni. Il «Diario impossibile» non ha un autore, è il frutto di un’operazione collettiva che ha l’effetto di trasformare il sito in un network giornalistico, una redazione virtuale dove nessuno si conosce e si parla, ma dove al posto dei redattori ci sono manager e banchieri che eleggono D’Agostino a strumento dei loro giochi.

Lo usano, e vengono usati in un mutuo rapporto di scambio: lui ci guadagna la notizia, loro un tassello importante nella costruzione di trame. Dagospia diventa allora una gigantesca stanza di compensazione, un crocevia di scambi, una rete di suadenti insinuazioni che albergano nella grigia zona di confine tra il vero e il verosimile. La notizia, merce rara, è la cosa che lo fa diventare un potere forte tale da condizionare il corso degli eventi.

L’esordio è col botto. Sonia Raule sta per essere nominata direttore di Telemontecarlo, mentre all’Enel il suo compagno Francesco Tatò trattava una quota della tv di Vittorio Cecchi Gori. Qualcuno spiffera la notizia a Dago, lui telefona per verificare e riceve commenti sarcastici: la Raule a Tmc? E perché non Sabrina Ferilli alla Cbs o Valeria Marini al Washington Post? Ma la realtà supera ogni immaginazione. Lui pubblica e l’affare va a monte.

Dopo quel colpo il sito diventa oggetto di culto tra gli estimatori, manager e banchieri lo citano come fonte informativa di prim’ordine, Herald Tribune e Der Spiegel si occuperanno di un fenomeno che altrove non ha uguali, Alberto Arbasino gli dedica persino un rap. Intanto nella vita di Dagospia entrano due punti fermi: Umberto Pizzi e Maria Angiolillo.

Il primo fotografa le feste della Roma «godona» e i potenti che entrano ed escono dai suoi salotti, specie quello ambitissimo della signora. D’Agostino spiattella con dovizia di particolari la cronaca dell’evento e lo immortala nella rubrica «Cafonal», un reportage fotografico di raro valore antropologico, testimonianza dell’irreversibile contaminazione avvenuta tra alto e basso, un elzeviro sempre fresco sul vuoto in cui galleggiamo e da cui nessuno è risparmiato.

Pizzi diventa così il paparazzo del potere. Il suo obiettivo sorprende dove meno te l’aspetti, dalla cena esclusiva alla presentazione del libro di don Luigi Ginami, il confessore dei banchieri, alla festa per le nozze d’argento di Antonio Fazio ad Alvito, il suo paese natale. Normale che talvolta ci scappi l’incidente.
Successe, e fu clamoroso, quando Pizzi fotografò uno sconosciuto monsignore a casa di Massimo Leonardelli, il braccio destro dello stilista Gai Mattiolo, durante una festa piena di modaioli e travestiti. Solo che lo sconosciuto prelato, di nome Camaldo, era il cerimoniere del Papa, una specie di segretario organizzativo. La foto esce su Cafonal e scoppia il finimondo. «La sorpresa più grande» racconta Dago, «è che mezz’ora dopo quelle foto erano già incluse nella rassegna stampa del Papa. Il Vaticano è fantastico, ha un’intelligence formidabile. Tutte le mie spie l’hanno sempre fatta franca, l’unico a essere stanato fu il pretino che mi aiutava a fare Vatican report, la rubrica dove si raccontavano le gesta di Camillo Ruini e soci. In due mesi lo hanno scoperto ed esiliato a Frosinone».

Ma è appostato all’ingresso del villino della «sora Maria» che Pizzi dà il meglio di sé. All’inizio la reazione della signora è furibonda, poi si rassegna e diventa persino amica del suo carnefice, senza però mai rinunciare all’impresa di scovare il colpevole. Ovvero colui che avvisa Dago della cena, soprattutto ne spiattella i contenuti. Come nei Dieci piccoli indiani, Angiolillo è andata per esclusione: stavolta non invitiamo d’Urso, la prossima Carlo Rossella, la prossima ancora la Barzini…

«Niente da fare» spiega orgoglioso Dago «il colpevole non è mai saltato fuori. Io le dicevo: mettiti il cuore in pace, sei la papessa di Roma, quella che attovaglia i potenti. Lei non mi ha mai querelato, si è solo un po’ offesa perché la chiamavo Mariasaura, fondata nel 1918. La consideravo un’azienda, una premiata ditta. Ci siamo incontrati, ma non mi ha mai invitato. Il giorno che io andassi a cena da lei sarebbe la fine. Dagospia omologato a uno dei tanti poteri forti di cui racconto le gesta».

La vita di Dagospia è costellata di scoop, come la nomina di Stefano Folli a direttore del Corriere della sera. «Dopo averla annunciata ho passato 48 ore di inferno, con tutti che mi ridevano in faccia e dicevano: lascia perdere, stavolta l’hai sparata grossa. Compresa mia moglie Anna che implorava: Roberto, cambia mestiere».

Ma è costellata anche di qualche bufala non meno eclatante, come l’annuncio anticipato che Azzurra Caltagirone aspettava un figlio da Casini. «Mi ero fidato di quel che mi aveva detto una signora all’uscita da una colazione con Franca Ciampi» si scusò più tardi.

In questi cinque anni ha accumulato querele e nemici a iosa, perché, dice, «i poteri forti sono spesso dei poteri vili, ti scaraventano la querela intimidatoria caricata da richieste di risarcimenti miliardari. A quel punto le smentite non contano». Tra i suoi nemici giurati il duo Montezemolo-Della Valle, cui peraltro riconosce il merito di non aver mai scomodato gli avvocati. In compenso lui li ha gratificati con due dei tanti soprannomi per cui è diventato famoso: Luchino di Monteparioli e Scarpe diem.

La deformazione linguistica, il calembour, la paronomasia e l’allitterazione sono tra le sue figure retoriche ricorrenti. Servono a far sorridere, ma anche a smitizzare la materia, un invito a non prendersi troppo sul serio. La galleria inanella molte perle: da Kit Cat, alias il direttore della Rai Flavio Cattaneo, a Flebuccio de Bortoli, Cipresso Maranghi, Sergio Marpionne (Marchionne), Bignè Billè, Bebè Bernabè e l’ultimo della serie, l’impareggiabile (Vittorio) Colao meravigliao.

Un altro nemico giurato è Antonio Ricci, per via della polemica tra lui e Paolo Bonolis, e perché ha osato scrivere che Striscia la notizia era arrivata al capolinea. A chi lo minaccia di sfracelli Dago risponde per le rime, a chi gli fa profferte oppone un cortese rifiuto. «Il mio motto è no. Dire no vuol dire essere liberi. E alla fine tutti hanno preso atto che il mio non è un sito prezzolato».

Alla vigilia del quinto compleanno, Dagospia si compiace che la scuderia si stia arricchendo di nuove firme, tra cui quella di un intellettuale, l’anonimo estensore di L’erudito nella piaga, «che tutti i giornali farebbero carte false per avere». E guarda al prossimo Natale, quando nascerà la Dago editore con il primo di una collana di instant book firmato, manco a dirlo, da Pizzi. Il meglio di Cafonal? Dago ci pensa un attimo. «Vista la materia, non esiterei a definirlo il peggio».

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