IN MANETTE
IL BANCHIERE
AMATO DA FAZIO

14 Dicembre 2005, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Le manette sono scattate.La gip Clementina
Forleo ha firmato quattro ordini di custodia cautelare.
Quattro arresti, come il Riformista aveva
anticipato nella sua edizione di sabato scorso.
Gianpiero Fiorani è in cima al quartetto composto
da Silvano Spinelli, dirigente in pensione della
Banca popolare di Lodi (oggi Banca popolare
italiana) che manteneva un ufficio nella sede
dell’istituto lodigiano, Gianfranco Boni, direttore
generale della banca e Giuseppe Besozzi un
agricoltore che veniva finanziato dalla banca per
operare in titoli. L’accusa è di associazione a delinquere
finalizzata all’aggiotaggio e
all’appropriazione indebita, come
precisa l’agenzia Apcom che ieri ha
dato per prima la conferma. Gli arresti
mentre chiudiamo il giornale, sarebbero
stati eseguiti. Fiorani e gli altri
complici, dunque, sono in prigione.

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La combine è stata raccontata ai
magistrati da Spinelli e confermata
da Fiorani nel suo quarto e ultimo interrogatorio
avvenuto il 17 ottobre, come rivelato
sempre ieri dal Corriere della sera. Nel verbale
il ragioniere di Codogno, definito il miglior
banchiere della sua generazione anni fa, in un
empito di ammirazione dallo stesso governatore
della Banca d’Italia, racconta senza giri di parole:
«Tra Spinelli, Besozzi e il sottoscritto c’era un
sostanziale rapporto di società per cui ci dividevamo
gli utili prodotti con operazioni mobiliari
». La quota trattenuta sulle plusvalenze era
del 40% e andava ad alimentare un castelletto
che sarebbe arrivato, negli ultimi anni, a 200 milioni
di euro. Fieno in cascina, munizioni per
scalate come quella all’Antonveneta e poi a
Rcs. Che diventano, così, l’espressione
di un gruppo di potere
occulto, sostengono i magistrati,
che aveva nella Lodi il
suo braccio operativo.

Fiorani aveva creato una
banca parallela e segreta
, per lo
meno ai soci e ai depositanti.
Venivano concessi finanziamenti
vantaggiosi a un gruppo
di clienti privilegiati, si parla di
11 conti che investivano in Borsa
a colpo sicuro grazie alle
informazioni fornite dai vertici
dell’istituto. Di qui l’associazione
a delinquere a scopo di aggiotaggio,
come recita l’ordine
di arresto della Forleo. E’ una
imputazione che si aggiunge alle
altre, cioè aggiotaggio nel caso
della scalata Antonveneta e
appropriazione indebita. Reati
emersi dal filone principale
dell’indagine dei pm milanesi
Giulia Pernotti ed Eugenio Fusco.
E più la matassa si snoda
più emergono altre complicità.

E’ entrato nell’inchiesta, accusato
anch’egli di aggiotaggio,
anche l’imprenditore Ignazio
Bellavista Caltagirone, figlio di
Francesco che non ha alcun incarico
nel gruppo edilizio ed
editoriale. Secondo l’accusa
avrebbe usato una società, la Maryland, domiciliata
nelle isole Vergini della quale è il beneficiario
per operazioni sui titoli Antonveneta,
garantite dalla filiale svizzera della banca di
Fiorani. Egidio Meclossi, ex funzionario della
Bpl Suisse ha confessato che la Maryland faceva
da pendant alla Garlsson di Stefano Ricucci
che vendeva in cambio titoli della Hopa
di Chicco Gnutti. Le due società smentiscono
di avere agito di concerto.

Per lo stesso reato erano stati interdetti
dalle loro cariche già nell’estate scorsa Fiorani,
Gnutti, Boni, Ricucci e l’immobiliarista
Danilo Coppola. E’ lo stesso filone
d’inchiesta che porta alle indagini
per aggiotaggio che coinvolgono
Giovanni Consorte, presidente e
amministratore delegato di Unipol,
e l’immobiliarista Danilo Coppola.
Tra gli indagati per concorso in aggiotaggio
c’è anche l’europarlamentare
dell’Udc, Vito Bonsignore. Nei
giorni scorsi era emerso che i magistrati indagano
per lo stesso reato nella scalata Antonveneta
anche Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti,
i due top manager di Unipol.

Ma la banca parallela, per la quale è stato
spiccato l’ordine di custodia cautelare, si incrocia
e come con le scalate? I passaggi concreti sono
ancora da definire. I clienti eccellenti o meglio gli
strumenti usati da Fiorani per costruire il tesoretto,
operavano già da almeno un paio d’anni.
Sembra che le operazioni in titoli con “tangente”
fossero diventate, ormai, un modus operandi
della Bpl. Non si conoscono i nomi degli undici
(o forse anche di più) che avevano licenza di
comprare e vendere previo versamento
del 40%. Gli sviluppi
dell’inchiesta probabilmente
porteranno anche a far emergere
questi nomi e potrebbero
emergere delle clamorose sorprese.

E’ certo che altri amici e
alleati di Fiorani hanno ricevuto
finanziamenti per operare in
Borsa. Sono emersi dalle indagini
anche i prestiti concessi a
Consorte, «a titolo personale»
ha precisato quest’ultimo.
Bisogna chiarire che l’inchiesta
milanese non ha nulla a
che fare con la scalata a Bnl. Su
questa è aperta un’inchiesta a
Roma. Il presidente di Unipol
ieri ha presentato alla procura
di Bologna un esposto contro
ignoti per accertare se in relazione
all’offerta su Bnl si sono
verificati i reati di manipolazione
del mercato, aggiotaggio
bancario e ostacolo all’esercizio
delle funzioni dell’autorità di vigilanza.
Lo stesso Consorte ieri
sera si è recato in Banca d’Italia
che deve ancora dare l’autorizzazione
all’opa, per discutere
con i responsabili della vigilanza
Giovanni Castaldi e Claudio
Clemente i quali hanno chiesto
ulteriori informazioni.

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