In Germania si parla già di Grecia fuori dall’euro

8 Settembre 2011, di Redazione Wall Street Italia

Berlino – Le autorità tedesche stanno facendo sempre più fatica a trattenere la rabbia. Il problema Grecia è lungi dall’essere risolto, con Atene che fallisce ripetutamente nei tentativi di centrare i target di bilancio che sono necessari per ricevere altri aiuti internazionali. Ormai Berlino non ne può più e, insieme ad altri funzionari europei, sta parlando della possibilità di far uscire il paese ellenico dall’euro.

Sembra così rompersi sempre di più quel tabù secondo cui non si potrebbe neanche considerare una ipotesi del genere. Tra chi non si fa di questi problemi è Horst Seehofer, responsabile del partito cristiano bavarese CSU, figura prominente in Germania che, in una intervista al quotidiano Bild, ha chiaramente affermato che la Grecia potrebbe essere costretta alla fine a lasciare l’euro. Di certo non una sua singolare idea, visto che Seehofer non ha fatto altro che esprimere quanto membri del Congresso tedesco e ministri stanno suggerendo di fare da settimane, ormai.

Ma quali sarebbero le conseguenze di una uscita di scena? Per Stephane Deo, economista presso Ubs, “un addio del paese sarebbe molto costoso e difficile, e l’esplusione sarebbe impossibile”. L’economista ha paragonato l’eurozona alla nota canzona Hotel California degli Eagles, che recita a un certo punto: “Puoi andare via ogni volta che vuoi, ma non puoi mai lasciare”.

Intanto, il ministro tedesco dell’economia Wolfgang Schaeuble ha chiaramente detto che la situazione in cui versa il paese è “grave”, facendo riferimento alle garanzie che Atene manca di dare per ricevere nuovi aiuti dall’Europa e dall’Fmi. “Tocca alla Grecia decidere se vuole soddisfare le condizioni che sono necessarie per rimanere a far parte dell’euro”, ha detto chiaramente.

Gli ispettori della Troika torneranno ad Atene la prossima settimana, ma il loro congedo improvviso rafforza la sensazione, soprattutto nel nord dell’Europa, che il governo greco, semplicemente, non si stia impegnando per adottare quelle manovre draconiane che sono necessarie per soddisfare le condizioni stabilite con il primo piano di salvataggio, erogato nel maggio del 2010 per un valore di ben 110 miliardi di euro.