IN EUROPA UN TORO ANCORA GIOVANE

19 Febbraio 2006, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – IL RALLY POSSIBILE/1 Guardiamoci alle spalle. Correva l’anno 1996, l’Europa si preparava all’ultimo allungo prima della nascita dell’euro. Le valutazioni delle Borse erano su livelli modesti, il pubblico dei risparmiatori, dopo gli stress del ’94/95 (aumento dei tassi Usa, crisi messicana), si manteneva alla larga dal listino azionario. Pochi avrebbero scommesso, a quell’epoca, che i mercati finanziari del Vecchio Continente si preparassero a vivere l’ultima gamba rialzista terminata nell’apice speculativo del 2000.

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IL BIS? È POSSIBILE. Darren Brooks, capo analista di Citigroup, ha dedicato un lungo report al confronto tra il 1996 e la situazione attuale. Con quale risultato? Ci sono due elementi che accomunano le due date: le quotazioni contenute; il generale disinteresse dei risparmiatori per l’investimento azionario. Entrambe le condizioni coesistono nell’Europa dei giorni nostri. Infatti, da una parte, i multipli sugli utili risultano appetibili, specialmente rispetto ai titoli del debito; dall’altra, i dati deludenti sulla raccolta dei fondi azionari sono lì a testimoniare tutta l’indifferenza e tutto il pessimismo del pubblico dei risparmiatori. Questi due presupposti – scetticismo e valori solidi – si riscontrano ad esempio nei primi anni ’80, un periodo che incubava i fenomenali allunghi di Wall Street e della piazza di Tokyo. Mentre al culmine dell’euforia, di solito, si assiste a una generale e tumultuosa corsa agli acquisti da parte dei piccoli investitori e delle famiglie, com’è accaduto tragicamente nel 2000.

UTILI E TASSI DA BOOM. Secondo la Citigroup, il multiplo sugli utili dei principali indici paneuropei è circa 12, ossia lo stesso che c’era nel 1995-1996. Ma c’è di più: rispetto a dieci anni fa i tassi d’interesse sono calati in modo sensibile. Per cui i multipli delle azioni del Vecchio Continente non sono mai stati così attraenti nel confronto con i rendimenti del reddito fisso.

FEBBRE DA M&A. Le aziende hanno stretto la cinghia e in una manciata di anni il livello di indebitamento è calato significativamente: nel 2002 il rapporto fra passività e valore societario era del 62%, adesso siamo a meno del 40 per cento. I bilanci sono stati ristrutturati e appaiono solidi. Insomma, è altamente probabile che si metta in atto e si rafforzi una politica più aggressiva, mirata a favorire lo sviluppo anche ricorrendo al debito: i forzieri delle compagnie consentono una linea strategica del genere e il basso costo del denaro la suggerisce. Un ragionamento simile si può poi sviluppare per quanto riguarda il ciclo delle fusioni e delle acquisizioni. Con i bilanci così forti e il credito ampiamente accessibile, l’idea di promuovere la crescita attraverso l’assorbimento di altre aziende riscontra un notevole successo. A giudizio di Darren Brooks, «questo ciclo è a uno stadio di sviluppo preliminare e simile a quello del 1995. Al tempo, molti osservatori pensavano che il 1995 avrebbe rappresentato il picco del ciclo delle fusioni e delle acquisizioni. Ma si sbagliavano. In verità si trattava solo dell’avvio del processo di concentrazione. Oggi – continua Brooks – serpeggia una tesi identica: tutti pensano che il 2005 segni la fine del fenomeno. Io dissento dall’opinione di consenso e assumo una tesi contraria. Per me, l’esiguo costo del debito rende le incorporazioni quasi irresistibili come veicolo per aumentare il valore societario». Le scalate, le aggregazioni e gli incroci azionari favoriranno il rialzo delle quotazioni di Borsa.

I FONDI A SECCO. Confrontando le sottoscrizioni dei fondi azionari con le cifre del 1995, ci si rende conto della forte ritrosia dei risparmiatori, evidentemente traumatizzati dall’esperienza del 2000-2002. L’afflusso è praticamente nullo. «In passato, un simile comportamento della clientela individuale ha coinciso con i punti di minimo e non di massimo del mercato», scrivono gli strateghi della Citigroup, i quali aggiungono: «Dopo tre anni di guadagni spettacolari da parte delle Borse, ci aspettiamo un graduale rientro delle famiglie. Che di solito seguono la tendenza». Un’altra categoria che non ha fatto una bella figura è quella degli investitori istituzionali – fondi pensione e assicurazioni per esempio – i quali pure erano imbottiti di titoli al massimo del 2000, e hanno poi scaricato le loro posizioni a crollo avvenuto. «I dati dimostrano che gli investitori istituzionali sono rimasti alla finestra – commenta Brooks – E anche qui ci possiamo aspettare una postura un po’ più aggressiva nel futuro prossimo». Dal minimo del 2003, il mercato azionario europeo è salito nell’ordine del 100 per cento, eppure gli scettici abbondano e l’umore è grigio. Un lento allontanamento dalla liquidità, che al netto delle spese si traduce in una perdita annua reale dell’1 per cento, è in grado di vivacizzare ulteriormente i titoli delle compagnie quotate in Borsa.

ETÀ DELL’ORO. Il resoconto della Citigroup si conclude prospettando addirittura la possibilità che «una nuova età dell’oro sia alle porte per le piazze del Vecchio Continente»: come nel 1995, un tris di fattori, dalle valutazioni attraenti alla spinta alle incorporazioni e agli assorbimenti, fino alla sottoesposizione dei piccoli e dei grandi investitori verso le Borse, potrebbe formare quella strana alchimia che dà l’innesco a una seconda ondata di acquisti e di rialzi. A ciò si aggiunge il doppio beneficio della globalizzazione. Infatti, da un lato si moltiplicano le nazioni di sbocco per le proprie merci, e dall’altra si presenta l’opportunità di tagliare il costo del personale, delocalizzando i siti di produzione. A sua volta, la pressione sui salari rappresenta un freno efficace per la dinamica dei prezzi, garantendo uno sviluppo senza inflazione.

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