IN BORSA SIAMO TUTTI EGUALI

29 Giugno 2007, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) –
In un ufficio ai piani alti della Borsa di Shangai, Xu Yongyi sorseggia una tazza di caffé, interrompendosi solo per spiegare il peso che dà al denaro. «No, non è per diventare ricco – dice – il fatto è che voglio salire al di sopra del livello delle masse. E di essere un gradino avanti».

Xu, che ha 43 anni, è un ex dirigente di fabbrica che, partendo da un capitale di 16.000 yuan (circa 1.600 euro), ha accumulato 5 milioni di yuan facendo trading in Borsa. È un esempio, Xu, per milioni di piccoli speculatori. Ma è anche un incubo per il governo di Pechino che ha deciso di intervenire con la massima decisione per frenare la «bolla» finanziaria, prima che provochi conseguenze economiche e politiche incontrollabili. Di qui il lancio di un mega-bond, 200 miliardi di dollari, emesso per drenare liquidità e soddisfare, offrendo parte dei dollari accumulati in questi anni, la voglia di investire delle famiglie. Il bond, infatti, viene emesso dal ministero delle Finanze per acquistare una parte del surplus (1.200 miliardi di dollari) accumulato dal Drago.

Hai mai provato ad abbonarti a INSIDER? Scopri i privilegi delle informazioni riservate, clicca sul
link INSIDER

E gli effetti si sono fatti sentire. Ieri la Borsa ha perduto il 4,5%. Ma la buona notizia per le autorità è un’altra: ieri sono stati aperti «solo» 159.032 dossier titoli per operare nelle Borse cinesi (esclusa Hong Kong), contro una media di 271.000 al giorno nel mese di giugno. Erano addirittura 440.000 mila a maggio. Trenta piani sotto l’ufficio di Xu, a Shangai, si affollano i neofiti di Borsa, attenti a seguire nella sala di trading aperta al publico i grafici e l’andamento delle quotazioni e a cercare di carpire i segreti delle tecniche di Xu. C’è anche la sua vecchia insegnante di liceo, Wu Ruiling, che ricorda quando il suo pupillo, soprannominato Dahu («grande contabile»), spiegava ai compagni di scuola nell’intervallo i segreti dei movimenti di Borsa. «Da allora lo seguiamo con attenzione – dice la signora Wu – Lui sa analizzare il mercato. Ecco perchè è così ricco».

Ambizione e invidia sociale sono i motori del boom della Borsa cinese: il rischio di una bolla passa in secondo piano, di fronte al miraggio di arricchirsi e di guadagnare il rispetto di amici e vicini. E la rapida ripresa del mercato dai due tonfi di primavera hanno diffuso la sensazione che la Borsa sia invulnerabile. Traders come Xu sono i modelli: in un anno in cui il listino è raddoppiato di prezzo, il portafoglio di Xu, che contiene anche una significativa quota di Langsha Group (il maggior gruppo calzaturiero cinese), è cresciuto di tre volte. E ciò gli ha permesso di salire dal piano terra al trentesimo, il piano dei Vip, dove operano coloro che muovono almeno 5 milioni di yuan.

«Il mercato azionario non vuol sapere chi sei o da dove vieni» dice Xu. E aggiunge: «Se imbrocchi la strategia giusta, vinci». La vittoria ha cambiato la vita di Xu: negli anni Ottanta lui guadagnava 45 yuan al mese, montando schermi tv in un’officina posseduta assieme a un altro socio. Ora in casa sua c’è una tv a schermo piatto di 29 pollici. Per anni lui ha vissuto in un vecchio appartamento di 50 metri quadri; il mese scorso ha pagato 1,3 milioni di yuan per un appartamento di 129 metri quadri in uno dei grattacieli che dominano la nuova Shangai.

È stata una vera e propria lunga marcia la sua, a partire dall’infanzia in una città, la Shangai di allora, percorsa dai cortei delle guardie rosse in divisa grigia. «Eravamo tutti eguali- dice – parlavamo la stessa lingua e prendevamo la stessa paga. E i lavoratori tiravano gli anni in attesa della pensione». Ma nel 1990 Shangai, prima fra tutti gli angoli dell’immensa Cina, rispose con entusiasmo all’appello di Deng Xiao Ping per un’economia più efficiente: nacquero centri commerciali, ci furono incentivi per le nuove imprese e lo sviluppo di un primo embrione di centro finanziario per rincorrere Hong Kong e il Sud in grande fermento, a partire da Shenzhen. Xu si tuffò nell’economia privata: cominciò come autista di bus ma, in contemporanea, prese a studiare le Borse. Oggi, invece, guida una Nissan da 100.000 yuan e ha intenzione di mandare la figlia di 13 anni, Runru, a studiare negli Stati Uniti dopo le superiori.

«Per tanto tempo ogni cinese ha mangiato la stessa scodella di riso, senza alcun riferimento all’impegno sul lavoro – commenta Shi Junqi, psicologo all’università di Pechino – La Borsa ha per noi un grande valore, perchè permette di recuperare il senso della nostra individualità e di ridare fiducia ai meriti della persona». Già, nella mentalità cinese, l’imprenditore è oggi un signore che si fa strada sulla base di accordi poco puliti con l’autorità politica e militare, a suon di corruzione; la Borsa, al contrario, premia chi merita senza guardare in faccia a nessuno. E questo può spiegare il perchè di una crescita che, da aprile a oggi, registra 300.000 nuovi azionisti al giorno.

Sono loro, secondo le autorità del mercato, a rappresentare il 60% del volume di scambi quotidiano, una percentuale che non ha paragone in Occidente (negli Usa, ad esempio, gli investitori privati contano per il 5% nei volumi di Wall Street). E nessuno si preoccupa dell’allarme in arrivo da Alan Greenspan o da Li Ka Shing, il miliardario di Hong Kong che mette in guardia contro la Borsa». «Non ho paura» dice Guan, 30 anni, che sogna di guadagnare i soldi per aprire un ristorante. «L’economia – spiega – va a mille. Perchè la Borsa non deve salire? Questi stranieri si lamentano perchè vorrebbero entrare sul mercato ma a questi prezzi non possono».

Copyright © Bloomberg – Finanza&Mercati per Wall Street Italia, Inc. Riproduzione vietata. All rights reserved