Imprese cinesi, lavoratori americani

13 Maggio 2010, di Redazione Wall Street Italia

A poco piu’ di un chilometro e mezzo dalla chiesa Gospel Bountiful Blessings, nei sobborghi della contea di Spartanburg, nello stato della Carolina del Sud, sorge un’area industriale che si nasconde dietro a una fila di piccoli ciliegi. Una volta superata un’azienda che stampa articoli in gomma e un’altra che cuce loghi su borse e cappelli, si intravede una nuova fabbrica pronta ad aprire i battenti: l’American Yuncheng Gravure Cylinder, produttrice di cilindri che permetteranno poi di stampare le etichette di un determinato brand, come quelle che ci sono sulle bottiglie delle bibite. Un aspetto di non poco conto la distingue dalle societa’ vicine di casa: e’ cinese. Coloro che la gestiscono si sono dovuti spingere fino alla Carolina del Sud perche’ gli standard richiesti sul territorio a stelle e strisce li’ sono piu’ agevoli di quelli pretesi nel Paese natale.

Puo’ sembrare strano, ma e’ proprio cosi’. Partiamo dal terreno: quello pagato nella contea americana e’ costato un quarto in meno rispetto a Shanghai o Dongguan, una citta’ non lontano da Hong Kong dove la societa’ gestisce gia’ tre impianti. Anche la bolletta energetica e’ piu’ economica: una cifra di oltre un terzo inferiore per chilowatt ora. Senza considerare che in Cina bisogna pure fare i conti con i cali di tensione. Il costo del lavoro pero’ e differente: e’ vero che gli operai americani vengono pagati di piu’ e che i costi complessivi per reallizzare “un congegno” restano bassi, e forse sempre lo saranno. Ma per centinaia di societa’ come quella qui considerata, gli States hanno iniziato a essere un contesto migliore e meno costoso per avviare un’attivita’.

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Questo trend potrebbe rappresentare il maggior cambio di rotta da quando… Richard Nixon ando’ in Cina. “La differenza tra i costi nel settore manifatturiero tra i due paesi di stanno riducendo”, ha spiegato John Ling, un cinese naturalizzato negli Stati Uniti che gestisce l’ufficio assunzioni a Shanghai del dipartimento del commercio del Sud Carolina. E cosi’ Ling ha di fatto indirizzato la suddetta azienda alla contea americana insieme ad altre due realta’ imprenditoriali. E cosi’ le societa’ cinesi hanno regalato allo stato a stelle e strisce $280 milioni di investimenti e 1200 posti di lavoro.

Al giorno d’oggi 33 stati a stelle e strisce, societa’ portuarie e altre municipalita’, hanno inviato rappresentanti come Ling nel Paese del dragone per acchiappare lavoro e trasferirlo dall’altra parte dell’oceano. Oltre a terreni dai prezzi accessibili e costi dell’elettricita’ piu’ contenuti, stati e citta’ stanno mettendo sul tavolo agevolazioni fiscali e altri incentivi per corteggiare le imprese manifatturiere cinesi. Pechino, nel frattempo, sembra rispondere promettendo di finanziare fino al 30% dell’investimento iniziale. Almeno cosi’ riferisce a Fortune un imprenditore cinese.

Gli incentivi, insomma, vengono sfoderati. Le aziende cinesi hanno annunciato investimenti diretti in Usa per quasi $5 miliardi nel 2009. E’ questa la cifra elaborata dalla societa’ di consulenza newyorchese Rhodium Group. Si tratta di un importo ben al di sotto del picco di $148 miliardi investito dalle controparti giapponesi nel lontano 1991, ma quella cinese rappresenta comunque una crescita costante rispetto al passato e pari a circa $500 milioni l’anno.

Lo dimostra il fatto che gli imprenditori cinesi l’anno scorso hanno annunciato di dare il via ad oltre 50 societa’ americane. E quando il loro Paese di origine permettera’ allo yuan di apprezzarsi (e’ solo questione di tempo), ci si puo’ aspettare che i progetti cinesi, tutto sommato contenuti al giorno d’oggi, possano decollare e avere un forte impatto sull’economia americana. “L’improvviso interesse per gli States da parte della Cina ha dato improvvisamente a Washington una voce in capitolo ulteriore per negoziare con Pechino sul fronte di tariffe, politiche economiche e questioni commerciali”, ha spiegato Dan Rosen di Rhodium Group.

Basta guardare cosa succede proprio nella contea di Spartanburg. Un operaio qualificato nell’azienda cinese di cilindri guadagna $25-$30 all’ora, molto di piu’ dei $2 di un lavoratore privo delle stesse competenze in Cina. Ma va detto che la societa’ puo’ contare su un contributo statale per dipendente pari a $1500 (a patto che la forza lavoro sia costituita da almeno 10 unita’). E se la societa’ in questione ha tra i suoi clienti colossi come Coca Cola, non puo’ che rispondere prontamente alle richiestre come, per esempio, quella di esibire nuove etichette che dimostrino che la bevanda piu’ conosciuta al mondo ha un contenuto calorico inferiore.

Se gli affari andranno per il verso giusto, il presidente di Yuncheng, Li Wenchun, si aspetta di raddoppiare la propria attivita’ in circa 10 anni e assumere oltre 120 americani. “Mi piacerebbe che un simile obiettivo fosse raggiunto l’anno prossimo, ma tutto dipende da quanto velocemente si sviluppa il mercato qui”, ha spiegato grazie a un interprete.

Non manca pero’ chi storce il naso per quest’avanzata cinese in Sud Carolina, uno stato che ha ancora vivo il ricordo della chiusura del battenti delle aziende tessili locali, trapiantatesi in Paesi dalla manodopera piu’ economica come la Cina. Fortune ha chiesto (usando un aggettivo non certo neutro) al senatore Repubblicano Jim DeMint, da sempre in corsa per cause conservative, cosa pensa della creazione di posti di lavoro da parte dei comunisti. “Il sud Carolina e’ uno dei posti migliori dove fare business. Questo spiega perche’ cosi’ tante societa’ internazionali si stanno muovendo nel nostro stato”, ha risposto.

Fotune ha raccolto un’opinione anche tra i lavoratori coinvolti nella faccenda. Brenda Missouri, 43enne alle dipendenze del produttore cinese di elettrodomestici Haier, parla in modo entusiasta del suo datore di lavoro. Il gruppo e’ stato il primo tra i cinesi a mettere piede negli States, con un impianto di frigoriferi a Camden, Sud Carolina, nel 2000. “Sanno fare il loro mestiere”, ha commentato, “Se sono comunisti poco importa. Sono i soldi che fanno la differenza”.