IL VESTITO NUOVO DEL CAVALIERE

30 Settembre 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI)- La trasformazione è spettacolare, il ministro dell´Armonia è lui. Il braccio di Berlusconi che cinge le spalle di Francesco Rutelli, a Ciampino, aspettando le due ragazze, i ringraziamenti da vero statista all´Ulivo, il senso condiviso di unione nazionale, il tepore della comunità italiana tutta solidale e commossa: metamorfosi, mutazione, reincarnazione.

Ieri o l´altro ieri c´erano “le sinistre”, un´opposizione «inaffidabile», i comunisti cannibali. Oggi Silvio è il padre di famiglia che ha sempre preteso di essere. E può anche darsi che il Berlusconi vero, la sua essenza autentica, il distillato più genuino sia questo, il Berlusconi-bis gemmato con un prodigio d´autunno dal Berlusconi Uno e Unico.

Addio all´Unto del Signore, all´anticomunista accanito, all´interprete quarantottesco della politica, all´uomo che si rivolge ai parlamentari europei di Strasburgo chiamandoli «turisti della democrazia», all´autore di battute livide contro il socialdemocratico tedesco, il povero “kapò” Martin Schultz. E addio anche al manganellatore delle toghe “rosse”, all´agitatore minaccioso di riforme squinternate.

Come una matrioska, Berlusconi contiene un altro se stesso. Come Zelig si moltiplica adeguandosi all´interlocutore. E a quale Italia doveva adeguarsi oggi il Cavaliere sceso umilmente da cavallo, all´Italia dello scontro bipolare all´arma bianca? Ma no, la gente è stanca, stanca di un duello che non finisce mai. Stanca dei rari ma accaniti fondamentalisti di destra che continuano a sostenere un berlusconismo iperliberale che non esiste, stanca di un culto della libertà che è una canzonetta, stanca dei tagli delle tasse presentati come il propulsore ideologico dell´economia.

Mentre Berlusconi finalmente ha fatto capire che la riforma delle aliquote serve semplicemente per distribuire un po´ di soldi: «Sembra incredibile ma ci sono solo io a voler abbassare le tasse». Minimalismo buonsensista, come per dire che gli economisti fanno discorsi apocalittici sul declino economico, che gli industriali dipingono la Cina come un lungo fantasma minaccioso, che Prodi continuerà a blaterare contro il “massacro” sociale praticato dal centrodestra: ma non è vero niente, calma e gesso, sono qua io, «sun chi mi», e alla lunga chi vivrà vedrà, alla lunga.

Alla lunga, tutto s´aggiusta. Dentro Berlusconi c´è il decisionismo craxiano così come la tolleranza andreottiana, c´è «la nave va» degli anni Ottanta socialisti e il paternalismo democristiano. Ma soprattutto c´è l´istinto familista del clan. Le notti di San Silvestro con le donne, tutti gli amici, i regali, gli assegni, i gioielli, gli orologi per Dell´Utri e Dotti. A mezzanotte, il calice di champagne stappato con puntualità cronometrica e un Locman nuovo di zecca al polso dei sodali. D´estate, la band di compagnoni che escono per il jogging, tutti biancovestiti, durante le vacanze alle Bermuda, dopo avere passato serate a leggere Tommaso Moro e Tocqueville.

Bisognava capirlo che messo alle strette, posto in difficoltà dai sulfurei giochi di contabilità, dai numeri celibi del suo asso Giulio Tremonti, il patron non avrebbe insistito. Era successo così anche con Arrigo Sacchi al Milan. Lui gli aveva regalato l´argentino Claudio Daniel Borghi, illudendosi che fosse il nuovo Maradona, e Sacchi aveva stroncato il fenomeno con un allenamento distruttivo. Ma quando l´Arrigo aveva posto l´alternativa dottrinaria con Marco Van Basten, «o me o lui», Berlusconi aveva anticipato a Milanello lo schema che a Roma avrebbe liquidato Tremonti. Via lui.

Perché i soldi si sa chi ce li mette. «E io pago», è una delle battute preferite del Cavaliere, proferite con un sorriso complice e panoramico, quando è di buon umore, strizzando l´occhio a Adriano Galliani o a Fedele Confalonieri sulla tribuna del Meazza. Paga perché è contento di pagare. Nel 1993, quando Berlusconi si arrovellava sull´ipotesi della “scesa in campo”, e affidava a Giuliano Urbani l´Associazione per il Buon governo, e chiedeva all´ex comunista Saverio Vertone e ad altri polemisti di sintetizzare lo statuto del liberalismo nella versione del Biscione, alcuni dei suoi collaboratori più realisti tentavano di dissuaderlo.

Confalonieri era contrario e predicava la teoria del “becchime”: quando uno ha in mano le televisioni, che gli frega di fare ogni giorno la rivoluzione, la faccia cattiva, il muro contro muro? Basta allungare il braccio, far vedere la mercanzia tivù, e vengono tutti a beccarti in mano pur di avere il loro spazio.

Dunque, entrare in campo direttamente per comandare in prima persona o chiamare a raccolta il quadripartito a sostegno dell´impero di famiglia e della foresta di antenne? La concezione ecumenica suggeriva un impegno mediato, garantito da un equilibrio politico affidabile, democristiano anche senza dc: e in quel caso «ce n´è per tutti», di becchime, s´intende. E Silvio si piazza comunque al centro del sistema solare.

Invece allora, dopo le prove di incomunicabilità con Mino Martinazzoli e i disguidi intellettuali con Mario Segni («Ragazzi, è ufficiale, è un cretino»), prevalse lo spirito agonistico del Ragazzo Coccodè, come titolò Scalfari, sceso in campo con il chicchiricchì strepitoso d´inizio 1994. Solo che l´impegno politico significò molte rinunce. Occasioni goliardiche ridotte al minimo, se si esclude ad esempio la storica notte alla Reggia di Caserta, sotto la migliore luna italiana disponibile, e gli ammiccamenti pecorecci a Clinton e a Hillary: «Bill, facciamo attenzione altrimenti stanotte aumentiamo la prole».

La politica e il bipolarismo esasperato diventano in realtà un limite psicologico oneroso, per un uomo che ha un bisogno estremo di compagnia, di solidarietà, di amicizia preferibilmente virile e chitarristica. Dalla «trincea del lavoro» dice agli imprenditori che «il vostro programma è il mio programma», e racconta le barzellette sulle Fiamme Gialle. Suonano alla porta: «Chi è?» «I ladri». «Meno male, credevo fosse la Finanza».

Si presenta nei cartelloni elettorali come il presidente operaio, e difatti il 38% della classe operaia, nel 2001, vota per Forza Italia. Si preoccupa per tutti, e al congresso della Fao a Roma si rivolge al presidente del Togo, che illustra la tragedia di milioni di morti per fame in Africa: «Bisognerebbe accorciare gli interventi, perché la nostra non sarà una tragedia, per carità, ma abbiamo fame anche noi?».

Oscilla continuamente, a dire il vero, fra l´atteggiamento combattente e il tratto consociativo. Così nelle sue parole, dopo guerre formidabili su questioni di forma e di sostanza, ogni compromesso diventa «alto e nobile». Alla lunga, gli idéologue di Forza Italia diventano faticosi da sopportare: e quindi viene facile dileggiare con l´allegria dei ricchi il povero prete Gianni Baget Bozzo, che al decennale di Forza Italia esalta il Capo ma perde le brache in diretta; e sempre alla lunga risulta faticoso da tollerare il piglio combattente di un altro guru, Giuliano Ferrara, e del suo giornale di guerra.

La psicologia di Berlusconi non si rivela nella battaglia, elmetto calato sulla fronte e “Gott mit uns”. Il Cavaliere chiama Dio a testimonio soltanto per dimostrare di essere cattolico, italiano e familista (e i laiconi, gli spregiudicati lo votano proprio perché come fautore della famiglia e della morale non è credibile, è uno come tutti). Il suo sfondo ideale è quello della vacanza-ritiro in Sardegna nel parco della Certosa, dove alcuni vecchi ragazzi come il Fedele e l´Emilio si rincorrono, si danno buffetti, scherzano, ridono, sono felici di stare insieme. La sera, napoletanità con il menestrello partenopeo Mariano Apicella, con il Cavaliere che canta ‘A gelusia, di cui ha scritto le parole.

Di fronte al tracollo di consensi delle elezioni europee, Berlusconi ha intuito che le trombe di Gerico andavano messe in sordina. Dopo il lungo silenzio estivo, a Cernobbio, davanti all´establishment, confessa contrito: «Mi trattano tutti come un alieno, come un parvenu». Rientra a Roma e prova l´ennesima recita: va tutto bene, la finanziaria sarà morbida, non voglio sentire parlare di tagli e di tasse. Dentro di sé forse pensa che l´idea del vecchio socio Confalonieri, stare dietro le quinte e chiamare a raccolta i polli elargendo il mangime, non era infondata.

Solo che adesso non ci sono più le condizioni. A meno che. A meno che non si possa raggiungere una sciagurata intesa multilaterale che metta tutti d´accordo, quelli per liberarsi di lui, questi pure, e che lo porti sul Colle più alto di Roma. Tutti drammaticamente indifferenti alla possibilità che una volta lassù in alto, Berlusconi possa rimettere fuori il canino e ripresentarsi come il cannibale. Il Quirinale come sintesi di Arcore e di Punta Lada, di via del Plebiscito e di Palazzo Chigi. Uno spot permanente su un´Italia immaginaria e cattiva. Da dove poter parlare agli italiani certe volte nell´anno, indifferente se si crede oppure no alle sue parole, perché il sogno del Cavaliere è stare tutti insieme, perché di becchime ce n´è per tutti, e il tempo lavora per consentire a Silvio di invecchiare e agli italiani di abituarsi un po´ sconsolatamente, un po´ con rassegnazione, un po´ con ferocia, a lui, che è come noi, che siamo come lui, che siamo solo noi, quaggiù, in Italia.

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