IL TERRORISMO DEI MEDIA

23 Novembre 2003, di Redazione Wall Street Italia

I media sono complici del terrorismo, sono lo strumento attraverso il quale viene non già consapevolmente informata bensì coscienziosamente smantellata la capacità di capire dell’opinione pubblica internazionale. Questa verità sgradevole innanzitutto va detta perché è la verità, o almeno la nostra verità. Ieri sera al Tg3 una corripondenza da Londra si chiudeva così: “A Londra non ci sono stati gli scontri e i drammi che erano stati previsti, ma il sangue britannico è stato comunque versato altrove”. Il poveretto che ha detto quelle parole non lo sa, ma la loro gravità è imperdonabile.

E’ la dimostrazione di quel che diciamo. Per giorni i media hanno costruito a tavolino l’incubo della visita di George W. Bush a Londra. Sono state previste giornate di sangue, sudore e lacrime. Non è successo niente, a Londra. Bush ha mostrato il suo volto più decente, che ci vuole un bel pregiudizio per non vedere, e ha messo in rilievo com’è normale per il presidente della nazione più democratica del mondo il diritto della gente a manifestare. La gente ha manifestato, con risultati di mobilitazione modesti, e il sipario è calato su un incontro politico e diplomatico che sancisce un’alleanza dei volenterosi e dei coraggiosi nel lucido disegno di rispondere alla guerra dichiarata dal terrorismo all’occidente. Dunque, situazione intrattabile per i media, che perdono due a zero.

Dunque, i media si attribuiscono la vittoria a tavolino, e siccome a Londra non è successo niente, ma a Istanbul sì, e lì la gente è stata massacrata dai terroristi di Al Qaida, ecco l’accostamento malizioso, ecco la frase che spiega tutto: il sangue dell’occidente cola comunque, e cola per colpa di quei due, ma non a Londra bensì a Istanbul. Insomma, per loro responsabilità. Loro, gli assassini. Tutto questo è un’indecenza.

Come lo slogan “no blood for oil”, e il fatto che dopo averlo diffuso in tutto il pianeta, i media non hanno sentito il dovere civile di verificarlo: è in atto una rapina del petrolio iracheno oppure è in atto un sacrificio di risorse e un grande sforzo internazionalista per la rinascita dell’Iraq da parte degli angloamericani? Jalal Talabani lo ha detto con chiarezza, vedi il Foglio di ieri: la “resistenza” irachena è più popolare nei media occidentali e su Al Jazeera che non in Iraq.

I governi di fronte ai media hanno un solo dovere: tenere le mani in tasca e disinteressarsene. Ma la società no. Occorre mobilitarsi in una grande e duratura battaglia per strappare il velo di complicità che lega il sistema dei media, e i media come sistema e linguaggio omologato, alla bassezza ideologica, alla resa culturale, quella che porta a confondere un muro di difesa di nove chilometri utile a impedire l’arrivo degli assassini con un muro, quello di Berlino, che serviva a tenere in prigione uomini e donne che volevano essere liberi. Decrittare, denunciare. Organizziamoci.

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