IL ROSSO & IL NERO: NOI PIU’ BRAVI
DI BUFFETT

18 Marzo 2005, di Redazione Wall Street Italia

*Alessandro Fugnoli e’ strategist di Abaxbank. I suoi commenti non implicano responsabilita’ alcuna per Wall Street Italia, che notoriamente non svolge alcuna attivita’ di trading e pubblica tali indicazioni a puro scopo informativo. Si prega di leggere, a questo proposito, il disclaimer ufficiale di WSI.

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(WSI) – La settimana scorsa il mitico Warren Buffett, celebrato gestore/investitore e secondo uomo più ricco del mondo, è stato magnificato dalla stampa internazionale per l’ennesima brillante scelta che ha caratterizzato la sua gestione negli ultimi mesi, quella di andare lungo di euro con contratti forward per un controvalore di 21 miliardi di dollari. Nel solo quarto trimestre 2004 questa operazione (cui ha fatto la coda il suo caro amico Bill Gates) ha fruttato alla società di cui Buffett è padre e padrone, la Berkshire Hathaway, un miliardo e mezzo di dollari. Ora succede che la capitalizzazione di Berkshire Hathaway è, a oggi, di 135 miliardi. Di questa somma i 21 miliardi di forward su euro rappresentano il 15 per cento.

Il più celebrato gestore del mondo ha dunque un portafoglio all’85 per cento in dollari e al 15 in euro (a rigore le percentuali sono leggermente diverse, perché parliamo di forward e non di fisico e quindi siamo a leva, ma cambia poco).

Domanda: come avreste reagito se il vostro fondo o la vostra gestione patrimoniale avesse presentato una esposizione al rischio di cambio esattamente identica a quella di Buffett lungo tutto il 2004 (Buffett l’ha mantenuta tutto l’anno e ce l’ha tuttora)? Che cosa avreste pensato vedendo rilevantissime perdite di cambio su quell’85 per cento in dollari?

Lo stesso identico portafoglio (dal punto di vista valutario) aggiunge gloria alla gloria di Buffett e provocherebbe il licenziamento con ignominia e radiazione dall’albo dell’ipotetico gestore italiano che avesse fatto la stessa scelta, facendosi battere e sbeffeggiare anche dal più pigro detentore di Bot.

La cosa è talmente ovvia e banale che si finisce con il non pensarci mai. Per quanti pasticci ed errori si possano essere fatti nel gestire i soldi negli ultimi tre anni, la stragrande maggioranza degli abitanti di Eurolandia è oggi più ricca del 60 per cento (in dollari) per il solo fatto di stare seduta sui suoi euro. Se poi si trova ad avere case o azioni si supera facilmente il 100 per cento. Il 60 per cento di arricchimento vale anche nei confronti dei cinesi (che pure hanno lavorato infinitamente più di noi) e scende leggermente (ma si mantiene comunque ampiamente positivo) nei confronti di tutti gli altri abitanti del mondo, giapponesi inclusi.

Immusoniti, rancorosi e ossessionati da Parmalat, Cirio, Argentina e quant’altro (pari in totale a meno dell’uno per cento della ricchezza finanziaria italiana) non ci regaliamo nemmeno un sorriso per il 60 che abbiamo guadagnato mentre dormivamo di notte e facevamo tutt’altro di giorno. Congratuliamoci, dunque, e celebriamo con canti e danze. E cerchiamo di non disperdere nel vento questo successo (come molto probabilmente faremo), perché non tornerà mai più nei prossimi cento anni e forse più.

Difficilmente il potere d’acquisto globale dell’euro (relativamente ai detentori di altre valute) sarà alto come oggi fra 10, 20 o 50 anni. Probabilmente rivaluteremo ancora nei confronti del dollaro nei prossimi tre-cinque anni (un 20 per cento in totale, tanto per azzardare un’ipotesi, per quasi metà eroso dal differenziale dei tassi). Verrà però un giorno in cui un’America rimpicciolita dal suo dollaro si scoprirà di nuovo competitiva (almeno nei confronti dell’Europa) e in cui l’euro dovrà cedere una parte di quanto avrà guadagnato. Sarà un giorno lontano.

E’ invece un giorno vicino (pochi mesi) quello in cui la Malesia, tanto per fare un esempio, si stancherà di accumulare dollari nelle sue riserve e rivaluterà. La rivalutazione sarà soprattutto contro dollaro, ma la avvertiremo anche contro euro.

Se perfino l’Ucraina, che gli italiani ricordano per il default morbido sul suo debito pochi anni fa, sta considerando di rivalutare contro dollaro, vediamo come non c’è angolo del mondo che non si prepari a salire contro dollaro più di quanto non farà ancora Eurolandia (con l’eccezione, nei prossimi mesi, proprio di quella lira turca che piace tanto agli italiani e che il grande rialzo lo ha appena terminato).

Il che vuol dire che, con l’eccezione degli Stati Uniti ancora per pochi anni, noi svaluteremo contro tutti gli altri. O meglio, vedremo salire tutti gli altri o quasi. Non saliranno di poco e per poco tempo. Saliranno molto e per molto tempo. Alcune di loro per decenni e decenni.

Ecco dunque che noi eurolandesi ci troviamo in una situazione di quelle che accadono una volta sola nel corso della vita per prendere profitto su tre anni di rialzo dell’euro (e, per gli amanti della lunga durata braudeliana, su tre secoli di storia del capitalismo europeo) e investire il ricavato in Asia. Mai più, per lo meno in termini di cambio reale, riusciremo a farlo meglio di oggi. Mai più, ad esempio, compreremo, dopo avere venduto una casa a Milano o Roma e incassato euro, otto case nel centro di Shanghai (per quanto Shanghai sia in piena galoppante bolla speculativa immobiliare). Ne compreremo sempre meno.

Difficilmente poi vedremo un allineamento delle stelle così favorevole come quello che si realizza oggi tra euro forte e borse asiatiche con multipli più bassi di quelli europei e americani. Certo, bisogna stare attenti a mille cose. Non è il caso di correre dietro ai taiwanesi e agli americani che comprano palazzi a Shanghai prima ancora che vengano costruiti.

Bisogna essere attentissimi sulla borsa di Shanghai perché la tutela dell’azionista di minoranza è inesistente. Si possono però comprare case nella Cina occidentale (qui con una casa italiana se ne comprano ancora 20 o 30). Si può comprare equity su mercati civili come Hong Kong o l’India. Dal 2002 la stragrande maggioranza degli americani vive quello che avviene sui cambi non come una discesa del dollaro ma come il rialzo dell’euro. Poiché la traslazione del cambio sull’inflazione sembra non esistere quasi più, l’euro che sale non ha effetti pratici sulla sua loro vita e non se ne preoccupano.

Anche noi vedremo presto salire decine di valute dell’Asia e, un giorno, perfino dell’America Latina. Alcune hanno già cominciato. Dall’inizio dell’anno il won coreano è salito del 4 per cento contro euro. La borsa coreana, di suo, ha guadagnato il 10 per cento. Quattro più dieci fa quattordici. Quattordici in Corea, due a Milano (grazie alla nostra borsa). Increspature, si dirà, variazioni accidentali. Ne parliamo tra dieci anni.