IL ROSSO E IL NERO: NEGARE SEMPRE

30 Settembre 2004, di Redazione Wall Street Italia

*Alessandro Fugnoli e’ strategist di Abaxbank

(WSI) – Arrivati a 50 dollari abbiamo tutti constatato di essere ancora in vita e in salute. E al caldo, perchè il gasolio per la caldaia per quest’inverno è assicurato. A questo punto i 60 dollari fanno meno impressione di quanto non ne facessero i 50 l’11 maggio, quando furono superati i 40.

L’espansione può reggere a 40 dollari, si diceva in maggio, ma a 50 saremo in stagnazione, l’inflazione avrà preso a galoppare e la borsa sarà in caduta libera. Accade invece che il Fondo Monetario, nel suo ufficialissimo Outlook pubblicato oggi (e con le tabelle scritte e riscritte fino all’ultimo minuto), ci dà ancora un 4.3 per cento di crescita mondiale nel 2005. Quanto all’inflazione, da giugno in qua non ha fatto che scendere.

Chi aveva l’11 maggio un portafoglio standard, con un terzo di cash, un terzo di bond decennali e un terzo di azioni è oggi più ricco, non più povero. L’SP stava allora a 1115, quindi lo 0.5 per cento più in alto di adesso, ma in compenso il Treasury 2013 è salito nel frattempo del 5.5 per cento.

Ci sentivamo in pericolo a 40 dollari e ci sentiamo invulnerabili oggi a 50. Si sbagliava allora e si sbaglia oggi.

Che cosa ha fatto il mondo, in questi quattro mesi, per minimizzare l’impatto del rincaro del greggio e prevenire una crisi energetica? Ha messo molti cerotti, si è imbottito di analgesici e di antidepressivi. Ha curato benissimo i sintomi, ma non ha fatto praticamente nulla di nuovo per curare la malattia, che procede indisturbata e si aggrava di giorno in giorno.

I cerotti sono l’utilizzo estremo degli impianti di estrazione e di raffinazione esistenti e la possibilità, per i raffinatori americani, di prendere a presto greggio dalle scorte strategiche. Analgesici sono il rialzo dei bond e la tenuta delle borse, che prevengono le complicanze che deriverebbero da un calo della fiducia nei mercati. Antidepressive sono le prese di posizione delle banche centrali, che mantengono previsioni ufficiali di crescita rosee e minimizzano i rischi derivanti dal petrolio.

Fin qui tutto bene. Curare i sintomi migliora la vita e permette di curare meglio la malattia. A volte, però, permette di dimenticarsela o rimuoverla dai nostri pensieri.

Dal lato della domanda, nulla è stato fatto per ridurla. Non conosciamo nessuno che abbia iniziato a spegnere la luce più di prima o che abbia iniziato a prendere i mezzi pubblici quando prima usava la macchina. Nessun governo si è posto il problema di ridurre i consumi di energia con la sola eccezione di quello cinese, che sta cercando di razionalizzare i consumi industriali (ma non di ridurli). Schwarzenegger sta facendo qualcosa per imporre all’industria automobilistica motori più efficienti, ma i risultati si vedranno tra anni.

Dal lato dell’offerta, le compagnie petrolifere, benché anneghino nella liquidità, si guardano bene dall’aumentare gli investimenti. Chi glielo fa fare, dopo tutto. I paesi produttori, su cui piovono dollari dal cielo, fanno qualcosa dove possono, ma senza affanno. Chi può fare di più, come l’Arabia Saudita, produce un petrolio pesante, quando in questo momento il mercato lo vuole light.

Per averlo light bisogna raffinarlo molto. Ci sono abbastanza raffinerie per farlo? No di certo, siamo al limite e forse oltre. Si stanno quindi progettando nuove raffinerie? Non ci risulta, con la sola eccezione della Cina, che le avrà comunque pronte fra qualche anno. L’Arabia Saudita vorrebbe costruirne una molto grande negli Stati Uniti, ma nessuno stato le dà il permesso. Una raffineria inquina e attira terroristi.

Si stanno rilanciando le fonti alternative? Ben poco. Una spruzzata di nucleare in India, Cina (e, ahinoi, Iran) e di eolico in Europa. Quanto all’idrogeno, va ricordato che è pulito (che non è poco), ma non fa risparmiare neanche una goccia di petrolio. Anche su questo fronte, in ogni caso, non si avverte nessuna accelerazione.

I pochi progressi strutturali dal lato dell’offerta vanno inoltre raffrontati con una domanda che sarà in crescita impetuosa nei prossimi anni. La Cina, che già oggi appare ingombrante quando si siede al tavolo degli importatori di petrolio, raddoppierà la sua domanda entro sette anni. Lo stesso l’India.

In un certo senso, l’unico intervento strutturale per la prevenzione di una crisi energetica è l’occupazione dell’Irak, a condizione che impedisca un crollo della casa di Saud (e la sua sostituzione con un regime estremista) e che
ponga le basi per un forte aumento della produzione irachena di greggio (che richiederà comunque qualche anno).

Non resta allora che abbandonarsi al pessimismo? Non necessariamente. Molte cose si sbloccheranno quando arriveremo alla soglia del dolore e questa non è molto lontana. Certo, se saliamo a 60 dollari possiamo raddoppiare la dose di analgesici e portare i bond dal 4 al 3.5 per cento, ma sarà ben difficile andare oltre. A un certo punto il dolore si farà comunque sentire, sotto forma di rallentamento o arresto della crescita globale.

Si ha un bel dire che il petrolio di oggi è comunque meno caro, in termini reali, di quello di alcuni periodi degli anni Settanta e Ottanta. Non c’è troppo da consolarsi, dal momento che quei periodi prepararono recessioni pesanti. Quanto all’altro argomento consolatorio molto in uso in questi giorni, per cui non conta il livello assoluto del prezzo del greggio ma la variazione percentuale (con il corollario per cui una volta che il prezzo si stabilizza, fosse anche a 100 dollari, l’espansione riprende immediatamente), c’è del vero. Ma lo scenario base (senza cioè interventi correttivi) non è 100 dollari e poi stabilità per sempre, bensì un bull market magari meno spettacolare ma molto molto lungo.

Riassumiamo. Il rialzo è solido e strutturale, non è solo speculativo. Gli interventi correttivi strutturali arriveranno, ma a un prezzo più alto dell’attuale. Nel breve, di qui a fine anno, c’è anche spazio per un consolidamento. Come mostrano i dati di oggi sulle scorte americane, il petrolio non scarseggia. E’ semplicemente di pochissimo superiore alla domanda. Volendo, quindi, i mercati azionari potranno concedersi, se vince Bush, un piccolissimo rally di fine anno, mentre i bond dovranno arretrare leggermente.

Dopodichè, tuttavia, proprio perchè l’economia mondiale continua a crescere, il problema del petrolio tornerà a porsi e ci terrà compagnia per molti anni. Qualsiasi correzione sul greggio o sui titoli petroliferi andrà sfruttata per costruire il terzo modulo del portafoglio del futuro. Il primo modulo continua a essere azionario e a puntare sulla crescita globale, per la quale ci sono molte condizioni favorevoli. Il secondo modulo, che possiamo chiamare “11 settembre”, è fatto di bond governativi (non a tasso fisso, ma indicizzati all’inflazione) e punta ad attenuare i danni da eventi geopolitici anche più devastanti delle Torri Gemelle.

Sul portafoglio a tre moduli torneremo entro breve.