IL ROMPICAPO ITALIANO TRA DEFICIT E PETROLIO

20 Agosto 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Dagli Stati Uniti continuano ad arrivare notizie non certo rassicuranti sulla congiuntura economica. Ieri è toccato al superindice che, per il mese di luglio, mostra una flessione dello 0,3%. E’ vero, nell’ultima settimana le richieste di sussidi di disoccupazione sono calate di tremila unità, segnale che uno dei principali punti deboli del ciclo americano, il mercato del lavoro, potrebbe migliorare. Ma sono indicazioni troppo erratiche per poter definire un trend.

Il segretario al Tesoro John Snow rassicura che «l’economia rimarrà forte anche nella seconda metà dell’anno», tuttavia già la crescita della prima metà è stata ridimensionata dagli ultimi aggiornamenti statistici. Gli Usa viaggiano su ritmi europei, cioè tra il 2,5 e il 3%. E’ presto per capire se è solo una pausa, tuttavia una cosa è certa: né l’Eurolandia né l’Italia possono contare su un treno in corsa al quale agganciarsi.

Dunque, dobbiamo far appello alle nostre forze che si stanno ulteriormente indebolendo per colpa del caro petrolio. Ormai 50 dollari al barile sono a portata di mano. Ciò vuol dire un aumento del 50% rispetto a un anno fa che si traduce in uno 0,5% in più di inflazione e in uno 0,5% in meno del pil, calcola l’economista Riccardo Faini. Un nuovo grattacapo per Domenico Siniscalco che torna alle sudate carte dopo la pausa ferragostana.

Ieri Ferruccio de Bortoli sulla Stampa ha rivolto al ministro dell’Economia l’invito a non limitarsi a discorsi sul metodo, ma di andare alla sostanza inerte della spesa pubblica. «Con ancora molti discepoli del sistema delle spese a pie’ di lista un metodo, per quanto esotico e suggestivo, non basta. Servono forbici impietose», scrive de Bortoli. Per tagliare cosa? La spesa pubblica italiana è da un decennio al 43% del pil e il 53% è composta di stipendi e pensioni, ricorda ancora l’ex direttore del Corriere della sera.

La riforma delle pensioni andrà a regime nel 2008, gli stipendi degli statali non sembrano comprimibili, il decreto taglia spese, come ha detto la Corte dei Conti, «ha semplicemente rinviato le uscite di un anno». Siniscalco, dunque, cammina su una corda tesa nel vuoto.

Senza dimenticare che una spesa pubblica rigorosa invia all’economia reale un segnale non espansivo, ma restrittivo. Da dove proviene, allora, lo sviluppo che il ministro dell’economia ha detto si dovrà accompagnare al rigore?

Secondo la Confindustria, l’impulso alla ripresa deve passare attraverso un sostegno agli investimenti, anche riducendo imposte come l’Irap. Giulio Tremonti pensava che dovesse venire dai consumi riducendo le imposte sui redditi. Che cosa sceglie Siniscalco? Un po’ dell’uno un po’ dell’altro? Francesco Giavazzi e Riccardo Faini su Lavoce.info sostengono che «il Dpef è più trasparente, ma è reticente sulla politica economica che il governo intende attuare». E concludono: «Coraggio professor Siniscalco». Sappiamo che è di fronte a un compito da far tremare le vene ai polsi. Possiamo solo aggiungere buona fortuna.

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