IL RIALZO DEI MERCATI E’ DROGATO

15 Luglio 2003, di Redazione Wall Street Italia

“Sono pessimista da tre anni e non sono cambiato molto. Posso dire che sono moderatamente pessimista. Oppure: perplesso, scettico, preoccupato. Insomma, questa situazione non mi piace. Non vedo grandi riprese dietro l’angolo”.
Giovanni Tamburi è uno dei banchieri d’affari più conosciuti di Milano, da anni ha un occhio molto attento verso le piccole e medie aziende e in particolare quelle che fanno innovazione.

Lei è pessimista da almeno tre anni, ma intanto in questi ultimi tre mesi i mercati hanno corso come matti. Dove ha sbagliato?
“Non credo di aver sbagliato. Anche perché le ragioni del mio pessimismo rimangono valide. Quello che abbiamo visto in questi tre mesi di rialzo di Borsa è la separazione fra quello che accade sui listini e il “sottostante”, cioè l’economia reale, la situazione delle aziende”.

Vuol dire, cioè, che le Borse vanno da una parte e il mondo reale dall’altro?
“Esattamente. Per accorgersene, basta guardare che cosa c’è alla base di questo rialzo. Una grande ripresa economica? Non credo. Un boom degli utili? Nemmeno. Qualche grande scoperta o qualche nuovo business? No. E allora?”.

E allora dica lei: perché sono andate su queste Borse, per la gioia di quelli che vi hanno creduto?
“Le ragioni sono tantissime. Questo rialzo è stato guidato intanto dai bassi tassi di interesse, cioè da un denaro praticamente regalato per decisione delle banche centrali, e in particolare per decisione della Federal Reserve americana. E si sa che la Fed ha fatto questo per ragioni politiche, cioè per tenere in piedi un’economia che dava e dà segni di grande debolezza. Inoltre, se vuole, nella partita hanno avuto un ruolo anche l’eterna voglia di gioco (e di far soldi) di tanti, che sono accordi al richiamo dei listini”.

Insomma, un rialzo artificiale.
“Non so se artificiale è parola corretta. Drogato certamente. Alla lista che abbiamo appena fatto aggiunga anche l’azione dei derivati e degli hedge fund. E non dimentichiamo il ruolo di banche e operatori di vista corta, i quali sanno benissimo che siamo dentro a un rialzo drogato, ma hanno deciso di cavalcarlo perché intanto “si fanno i soldi”. Evidentemente hanno già visto a chi rifilare il cerino acceso, alla fine”.

Insomma, rimane negativo.
“Sì. E penso anche che, strada facendo, abbiamo esagerato anche nelle dosi di droga, insomma hanno dato al mercato un overdose di liquidità e di leggerezza, di poca saggezza”.

Da dove le deriva questa convinzione?
“Le posso citare delle cifre. Il p/e del Nasdaq è di oltre 50. E qui mi sembra che siamo già un po’ troppo in alto. Il p/e dello Standard & Poor’s 500 (che è un comparto più moderato) è già di oltre 35 volte. Il p/e del Dow Jones (old economy, quella delle macchine e dei detersivi) e di 23 volte. Il p/e previsto per il 2004 di Yahoo (famoso titolo Internet è di 76, quello di Apple (computer) è di 73. Le varie Microsoft, Dell, Oracle, Sun, Intel, Cisco, Motorola, Ncr, Texas Instruments hanno p/e che variano fra 24 e 45 volte. Tutti questi mi sembrano multipli difficili da giustificare e da accettare. Siamo tornati ai vecchi tempi, quando qualunque prezzo sembrava corretto e quando ogni giorno si poteva salire ancora del 4-5 per cento. Solo che adesso non c’è nemmeno più la giustificazione di possibili grandi crescite future. Tutto si è fatto più piatto, più incerto, più difficile. Solo le quotazioni volano. Come faccio a non essere pessimista?”.

La ripresa dell’economia non c’è, ma c’è la ripresa d elle quotazioni dei listini. E’ per questo che lei denuncia la separazione fra gli andamenti della finanza e quelli del mondo reale?
“Sì”.

Ma i risultati aziendali di quest’anno non sono migliori?
“Non credo proprio. I risultati aziendali del 2003 rischiano di essere peggiori di quelli del 2002, che non è stato nemmeno una grande annata. E noti che i risultati 2003 sono stati ottenuti più che altro sulla base di tagli del personale, non certo sulla base di un’espansione dell’attività, sulla conquista di nuovi mercati o di nuovi consumatori”.

Sulla base di quello che ha detto finora mi sembra ovvio che ha seri dubbi anche sulla ripresa dell’economia americana.
“Sì. Il denaro costa ormai poco, pochissimo, però l’economia americana non riesce a ripartire nonostante la cura da cavallo di questi anni (con tredici o quattordici tagli ai tassi di interesse e varie agevolazioni fiscali), fra un po’ arriveranno anche grossi blocchi di spesa pubblica. Ma segnali di ripresa non ci sono o, se ci sono, sono deboli e incerti. Di fatto, poi, constatiamo che i consumi non ripartono e gli investimenti nemmeno. E questo riguarda non solo gli Stati Uniti, ma anche l’Europa e il Giappone. Quelle insomma che una volta erano conosciute come le tre locomotive dell’economia mondiale”.

Un quadro poco entusiasmante.
“Aggiunga che l’occupazione, che è la chiave di tutto perché più occupati vuol dire più consumatori, ristagna un po’ ovunque. E, per quanto riguarda la Germania e gli Stati Uniti, abbiamo una disoccupazione record, sui massimi storici. Aggiunga anche, se vuole, che l’ immobiliare, che negli ultimi tempi ha tenuto su tutto, sta mostrando i primi segni ci cedimento, con gli affitti che scendono, e si vedrà che elementi di preoccupazione non mancano”.

All’appello mancano solo le banche…
“No, no. Ci sono. Lì c’è forse la situazione più delicata”.

In che senso?
“Molte banche sono ancora invischiate in crediti pericolosi o a rischio, e quindi si sono fatte molto guardinghe. Qualche anno fa uno, se aveva un discreto progetto, poteva andare in banca e gli davano tutti i soldi che voleva, anche centinaia e centinaia di miliardi. Anzi, facevano a gara per riempirlo di soldi. La new economy è nata anche così. Oggi, è tutto cambiato. Non sganciano più una lira. Le banche stanno lottando, in molti casi, per riavere indietro i soldi prestati un po’ incautamente a imprenditori improvvisati o a aziende che sono poi finite male, e quindi si sono molto attente, molto fiscali. E in qualche caso dicono semplicemente di no perché non vogliono assumersi altri rischi. I bond ormai puzzano di bruciato e si fa fatica a piazzarli, stanno incontrando difficoltà anche rispettabili emissioni internazionali. A tutto ciò aggiunga che gli accordi di Basilea 2 hanno reso oggettivamente più complicata la concessione di finanziamenti, e il quadretto sarà completo. Non solo l’economia ristagna: abbiamo anche un mondo bancario complessivamente spaventato e guardingo. E che quindi non finanzia nemmeno i progetti buoni”.

L’elenco delle nostre disgrazie è finito?
“Purtroppo no. Secondo me il dollaro resterà ancora debole per parecchio tempo e questo creerà problemi in Europa, allontanando i tempi di una possibile ripresa. Ma non basta: ho l’impressione che ci stiano prendendo un po’ in giro”.

In che senso?
“L’economia americana, che è il cuore del problema, in questo momento è in recessione (anche se l’hanno mascherata abbastanza bene) e di fatto esporta deflazione. Ciò a cui stiamo assistendo (il denaro che costa niente, le Borse che volano, ecc.) sono tutti tentativi per creare un falsa sensazione di ripresa e di benessere che ritorna. Il tutto finalizzato a un obiettivo preciso: far vincere le elezioni a Bush nel novembre del 2004. L’economia americana oggi è una specie di mina vagante e si porta dietro vari deficit (commerciale, pensionistico, di bilancio). Ma è evidente che, se si ammette questo, e se si prendono le necessarie misure conseguenti, non si vincono le elezioni. E allora si è messo su lo spettacolo al quale stiamo assistendo. Borse che volano, utili che misteriosamente compaiono nei conti di alcune aziende, denaro a piene mani, sconti fiscali, spesa pubblica. L’obiettivo è quello che ho detto prima: creare l’illusione di una ripresa economica ormai attiva e in crescita, finalizzata alle elezioni presidenziali americane del novembre 2004. Dietro tutto questo luccichio c’è poi la realtà di tutti i giorni, quella che conosco bene. La realtà di aziende che devono continuamente tagliare i costi (cioè personale) e che faticano come bestie per avere cento o duecento mila euro da una banca”.

Ma non vedremo mai una buona ripresa economica?
“Qualcosa si vedrà già nel 2004. Ma sarà una ripresa piccola piccola. Per uscire davvero da questa situazione, bisogna decidersi a affrontare i problemi per quello che sono. E non pensare di cavarsela con quattro giochetti da illusionisti”.

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