IL PROBLEMA AMERICANO DEL SUPER-EURO

29 Dicembre 2003, di Redazione Wall Street Italia

Nell’ultima parte dell’anno si è aggravato l’indebolimento del dollaro che è in atto dal 2002 e ha fatto perdere alla moneta Usa 1/3 del suo valore in euro, 1/5 in yen, 1/8 nella media delle valute dei paesi con cui gli Usa commerciano. La causa principale è il deficit della bilancia corrente americana che supera il 5% del Pil e fa accumulare agli Usa un debito netto con l’estero già maggiore del 20% del Pil.

L’euro forte nuoce alla competitività dell’Ue in una fase difficile della congiuntura. E’ vero che può stimolare aumenti di produttività e lo sviluppo di settori dove il vantaggio europeo è più robusto, e può abbassare il costo del petrolio e l’inflazione. Ma il sacrificio di alcuni settori esportatori, molto sensibili al prezzo, nuoce alla crescita di medio periodo. L’Italia è fra i Paesi europei dove questo sacrificio è maggiore. Già oggi il valore assoluto del disavanzo con l’estero italiano è il quinto nel mondo. Una strana curiosità: è preceduto da quello degli Usa e dei suoi migliori alleati in Iraq (UK, Australia e Spagna), mentre proprio i tre critici più attivi della politica militare Usa (Francia, Germania e Russia) seguono il Giappone fra i quattro paesi col maggiore avanzo con l’estero.

Si dice che la Bce dovrebbe intervenire sul cambio. Ma la strategia della Bce lo guarda quasi solo per l’effetto che può avere sull’inflazione. Se la crisi valutaria si fa violenta e speculativa, la Bce può acquistare dollari sul mercato, regolarizzandone la svalutazione con interventi concertati con altre banche centrali. Ma non può opporsi allo slittamento di fondo del dollaro. Si dice anche che la Bce dovrebbe abbassare i tassi di interesse.

Ma non siamo noi a dover abbassare i tassi. Sono gli Usa che dovrebbero alzarli! Hanno chiari segni di ripresa e i loro tassi sono bassissimi e incentivano inopportunamente il già elevato indebitamento del loro settore pubblico, delle famiglie e delle imprese. Anche se gli americani accusano l’export cinese, il loro squilibrio esterno è dovuto al fatto che da anni spendono più di quanto producono, sostenuti da politiche che possono essere così espansive solo fino a quando il resto del mondo accetta di accumulare crediti in dollari. Ma ad accettarlo sono ora rimaste quasi solo le banche centrali asiatiche.

Se gli Usa non fossero in fase elettorale o se la Fed fosse (com’è la Bce) più indipendente dalla politica, i tassi Usa crescerebbero e, almeno un poco, aiuterebbero il dollaro a non precipitare. Se così non succede non è la nostra politica monetaria a dover cedere al ricatto del loro eccesso di espansione. L’Ue ha tanti difetti e debolezze. Ma lo stile di fondo della sua politica macroeconomica è migliore di quello statunitense, perché più orientato alla stabilità di lungo periodo. Consapevoli di ciò dovremmo cercare di convincere gli americani a comportamenti più compatibili con l’ordine monetario mondiale.

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