IL PREMIER INCASSA LA VITTORIA, MA RISCHIA SULLA MANOVRA

14 Ottobre 2005, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – L’effetto nel centrodestra è già visibile e tutto a favore di Silvio Berlusconi. La riforma elettorale in senso proporzionale ha sepolto le primarie con le quali l’Udc voleva mettere in mora la sua leadership. «Non è mai stato un problema» ha commentato ieri il presidente del Consiglio. «Non ne sento più parlare». Se a questo si aggiunge il gelido silenzio di Marco Follini dopo i 323 «sì» della Camera, la deduzione è che il segretario dell’Udc sia ancora in bilico. Non solo. Quello che il capo della Margherita, Francesco Rutelli, definisce «un abito su misura» per la Cdl, promette di mettere in tensione l’opposizione. Ma i conti da correggere con una nuova manovra minacciano di sgualcire la vittoria berlusconiana.

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Il fatto che l’Unione non abbia votato la riforma vuole sottolineare il colpo di mano; e ribadire che è soltanto della maggioranza governativa. Con un blitz di tre giorni, il fronte berlusconiano ha sepolto il sistema maggioritario e reintrodotto il proporzionale. Soprattutto, nelle parole del leghista Roberto Calderoli, ritiene di avere «tolto l’autista a Romano Prodi»; e proprio alla vigilia delle elezioni primarie che domenica dovrebbero conferirgli la candidatura del centrosinistra a Palazzo Chigi.

E’ il segno di una determinazione che gli avversari del Cavaliere non prevedevano. Il modo in cui il premier ha ricompattato la coalizione è stato un trauma, per il centrosinistra. L’Unione accreditava frotte di franchi tiratori pronti ad affossare la riforma; ma il calcolo si è rivelato sbagliato. E adesso, fra i Ds l’analisi oscilla tra ira, sarcasmo e frustrazione. L’ira è di Piero Fassino, che ha inveito contro «l’atto di arroganza… Volete impedire a chi dovesse succedervi di governare con la stessa maggioranza» toccata a voi, ha gridato, avvertendo che l’Unione vincerà comunque.

Il sarcasmo, invece, è di Massimo D’Alema, «rassicurato» dal fatto che Berlusconi guiderà il centrodestra al voto del 2006: a suo avviso, l’opinione pubblica è irrimediabilmente stanca di lui. Queste certezze, tuttavia, sono contraddette da un’inquietudine palpabile. Il presidente dei ds la rivela invitando a «non cadere nella trappola di metterci a litigare fra noi». L’incognita non è tanto sulle percentuali con le quali Prodi vincerà domenica. Riguarda il modo in cui si candiderà: se con una lista propria; o chiedendo ospitalità a un partito alleato; o con altri accorgimenti.

In questo senso, l’obiettivo inseguito freddamente dalla coalizione berlusconiana è stato centrato. Palazzo Chigi voleva una riforma per sparigliare i giochi a Prodi: se passerà anche al Senato, lo spariglio sarà cosa fatta. Anche se molti già ammettono che sarà una legge transitoria. Sotto voce, nel centrodestra spiegano che dopo il voto del 2006 potrebbe essere modificata; magari, da una maggioranza dai contorni imprevedibili. Eppure, per Berlusconi potrebbe risultare un successo al fiele, di Palazzo e non nel Paese: la crisi economica impone una manovra correttiva, che già ieri ha spento il sorriso compiaciuto del premier.

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