IL PREMIER CHE NON RIESCE A ESSERE LEADER

24 Novembre 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Il testo con cui Silvio Berlusconi ha chiarito il suo pensiero sulla riforma fiscale è stato interpretato in vari modi, sia nella maggioranza sia nell’opposizione. La metafora più spesso impiegata è quella legata alla Rivoluzione francese, alla sua fase giacobina, cui viene assimilata la fase iniziale della legislatura, e al Termidoro cui si è paragonato il periodo in cui Berlusconi è parso accettare un ruolo improntato soprattutto alla mediazione. Ci si dimentica un po’ troppo facilmente che il Termidoro fu solo un breve intervallo tra due dittature, quella terroristica di Robespierre e quella militare di Bonaparte.

Al di là dei paragoni, per loro natura soltanto suggestivi, si può osservare che una coalizione costruita su un principio leaderistico, quando lo abbandona diventa instabile. Questo vale, nell’interminabile transizione italiana, a destra come a sinistra. Anche Prodi, quando Fausto Bertinotti chiese uno “spostamento dell’asse” della coalizione di centrosinistra, reagì chiedendo un voto di fiducia. Allora non lo ottenne, e ora, per accettare una nuova candidatura, punta su un riconoscimento della leadership incontestabile e indipendente dalla variabile volontà dei partiti coalizzati.

Similmente Berlusconi, dopo una fase d’incertezza e una serie di avvicendamenti più o meno subiti alla testa di dicasteri di grande rilievo (Economia, Riforme, Esteri), si è reso conto che – per evitare che la sua leadership, già sottoposta a un processo di logoramento, diventasse evanescente e formale – era necessario mettere le carte in tavola, rischiare la sconfitta per evitare di perdere la battaglia senza neppure combatterla. Per farlo ha scelto il terreno del ritorno all’impostazione liberale su cui erano stati costruiti la coalizione e il programma, e in questo, francamente, è difficile riscontrare i tratti del Terrore giacobino.

Piuttosto è lecito domandarsi se, nel corso del periodo non breve in cui ha governato, il premier sia stato coerente con quell’obiettiv o. Per abbassare le tasse è indispensabile ridurre la spesa pubblica corrente, e se oggi questo appare così difficile è anche perché nel recente passato si è pensato di poter aggirare l’ostacolo con qualche manovra finanziaria funambolica e indolore.

È in questo clima un po’ rilassato che sono cresciute le compiacenze delle varie formazioni della maggioranza per questo o quell’altro interesse particolare. Il che è del tutto comprensibile, ma alla fine crea una rete di impegni, di mezze promesse, di “contiguità” che inevitabilmente si pongono come alternativa alla realizzazione di un obiettivo programmatico incompatibile con ogni forma di attenuazione del rigore.

Forse l’errore di Berlusconi è stato esattamente inverso a quello che gli viene più coralmente contestato: non un eccesso di decisionismo, ma un deficit di guida della coalizione, sulla quale si è illuso per troppo tempo di poter “regnare” senza bisogno di governarla concretamente.

Ora, per una sorta di contrappasso, è costretto ad assumersi direttamente l’onere di costruire la proposta e di garantirne la copertura, cioè i tagli di spesa. Quel che è mancato in passato, fermezza di guida sulle priorità, capacità di mediazione per assicurare la loro realizzazione consensuale, deve essere recuperato oggi. Non è chiaro se la coalizione di maggioranza sarà in grado di reggere a questa sfida. Su un punto però si può concordare: il tema in discussione è davvero importante, giustifica anche confronti serrati e impegnativi, e soprattutto è la prova decisiva della capacità di un raggruppamento politico di operare scelte vere. Se non è in grado di farlo, è bene che rimetta agli elettori un mandato che non è riuscito a realizzare.

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